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Oggi in Consiglio si è tenuta una riunione congiunta tra la Sottocommissione carceri del Comune e quella della Regione. È stato un appuntamento importante, cui ne seguiranno altri. L’occasione è quella di poter mettere sotto l’attenzione di tutti i livelli istituzionali il tema della condizione all’interno dei penitenziari. Che non riguarda solo i detenuti, ma anche gli uomini della polizia penitenziaria che vi lavorano. Nei primi sei mesi dell’anno ci sono stati 40 suicidi: 34 detenuti e 7 agenti.

Si è parlato del lavoro dietro alle sbarre, quale strumento per attuare un percorso di recupero del detenuto. Nel carcere di Bollate dove questo è regola, il tasso di recidiva è dimezzato rispetto a quello nazionale. Pensiamo a cosa potrebbe accadere in termini anche di sicurezza dei cittadini se, su 66.528 detenuti al 30 giugno 2012, quelli impegnati in un’attività lavorativa fossero più degli attuali (soli!) 13.961.

Altro tema toccato: San Vittore. Oltre alla annosa questione se tenerlo in città o spostarlo fuori, mi sono permesso di sollevare una osservazione semplice di carattere politico. Le condizioni di quella casa circondariale, cioè destinata ai detenuti in attesa di giudizio, evidenziano che il vero nodo da sciogliere sta nel sistema giudiziario. E non è polemica ideologica, ma il frutto di uno sguardo leale sulla realtà. Quando in Lombardia, su una popolazione carceraria di 9.488 detenuti, 3.847 sono ancora imputati, di cui 1.880 nel processo di primo grado, i problemi da sollevare allora sono per lo meno due: l’uso della custodia cautelare e i tempi processuali. Si noti che, a tal proposito, nel solo 2011 ben 8 sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) hanno condannato il nostro Paese per la violazione del diritto ad un equo processo.

Matteo Forte

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