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Insieme ad altri colleghi dei consigli di zona di Milano e di altre città medio grandi, abbiamo redatto la seguente lettera pubblicata sul sito de Il Foglio:

Al direttore – Nel giro di un mese alcuni parlamentari de Il Popolo della Libertà hanno depositato una proposta di legge di dubbia costituzionalità per il riconoscimento delle unioni omoaffettive e si sono detti disponibili a votare l’introduzione del reato di omofobia che, per come è congegnato, sembra più una riedizione sotto mentite spoglie di quello d’opinione. Nel primo caso non si contempla l’obiezione di coscienza, nel secondo addirittura si sanzionano le posizioni critiche. È drammatico che ciò sia ammesso da parte di chi si dice liberale. Non nascondiamo, dunque, la nostra grande preoccupazione in merito

Anche perché siamo ben consci che una certa visione dell’uomo e della vita non è affatto estranea ad un’idea complessiva di società, di rapporti economici e di sviluppo. Per esempio: il matrimonio fondato sulla differenza sessuale è potenzialmente aperto alla vita. E questo non è un aspetto secondario in un Paese dove si registra una vera e propria emergenza demografica, per cui alla lunga i costi della convivenza diventano insostenibili a causa di una popolazione sempre più anziana e inattiva. Poi, a detta della Corte costituzionale (sen. 138/2010), il paradigma eterosessuale su cui si fonda l’istituto matrimoniale è anche a presidio della pari dignità dei due coniugi. Questa formula è tanto più attuale quanto più si pensa alla difficoltà della donna a reinserirsi nel mondo del lavoro dopo il parto, o al fatto che la sua potenziale maternità è vista come minaccia prima ancora dell’assunzione. Ed è a partire da questa situazione che in Italia occorre sviluppare un mercato sempre più flessibile e adatto alle esigenze femminili, ragionando sulla diffusione del part-time, del lavoro decentrato a casa, del telelavoro, piuttosto che degli incentivi ai servizi di welfare aziendale. La conciliazione dei tempi famiglia-lavoro, inoltre, genera quelle condizioni per produrre di più e meglio. O ancora: privilegiare il ricorso alla mediazione familiare, anziché promuovere il divorzio breve, evita il coinvolgimento dei minori nei processi e che la separazione diventi causa di nuova povertà, cui poi il pubblico è chiamato a far fronte. Non si dimentichi, infine, la tradizionale propensione della famiglia a risparmiare, virtù che dovrebbe essere maggiormente premiata dal fisco, perché ha  attutito, meglio che in altri paesi, i colpi dell’attuale crisi ed ha permesso di svolgere quel ruolo di prima agenzia di welfare a tutela delle fasce più deboli (disabili, anziani, ecc.), in particolare dei giovani rimasti disoccupati e impossibilitati ad accedere al credito

Ragionare in questi termini significa sviluppare una visione della politica incentrata sul principio di sussidiarietà, sulla dimensione relazionale della persona e sulla capacità di risposta dei corpi intermedi. Al tempo stesso significa rifuggire lo statalismo che dilata solo la spesa pubblica per garantire ad ogni costo i diritti del singolo. La reazione peggiore, quindi, sarebbe quella di derubricare quanto fin qui esposto ad uno scontro interno al Pdl tra laici e cattolici. Nient’affatto. Proprio ora, che stiamo attraversando una fase di transizione da un soggetto politico ad un altro, diventa sempre più decisivo intercettare gli interessi reali dell’elettorato cui vogliamo rivolgerci, per offrire quella degna rappresentanza che merita. Proprio in questa fase di transizione diventa fondamentale dirsi chi siamo e cosa vogliamo. È giunto il momento che sulle risposte a queste domande cruciali si apra un adeguato dibattito, che superi anche vecchi stereotipi. Lo torniamo a chiedere

Matteo Forte

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