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Foto ImagoeconomicaNel corso di una tappa del treno Pd nell’area industriale di Porto Marghera, Matteo Renzi oggi ha dichiarato: “Il problema è che ce ne son pochi di bonus, non tanti“, commentando i 21 nuovi che la Legge di Stabilità all’esame del Parlamento ne introduce. Peccato che i bonus non sono una riduzione delle tasse mirata, per facilitare la crescita, la creazione di nuovi posti di lavoro o per incentivare il reinvestimento degli utili nell’innovazione e nella ricerca. I 21 nuovi bonus sono misure “spezzatino” che si aggiungono alle selva delle 468 tra agevolazioni, detrazioni e deduzioni fiscali, di cui non si riesce a ricostruirne l’efficacia e nemmeno il complessivo mancato introito per lo Stato. Solo per 152 l’Ufficio studi del Senato è stato in grado di calcolare circa 32 miliardi di minor gettito. Una delle famose riforme strutturali per cui era nata questa legislatura era proprio quella di un riordino di tutte quelle misure per concentrarsi su “pesanti” deduzioni che abbattessero l’imponibile di famiglie e imprese, a vantaggio di chi fa figli, di chi genera lavoro e ridistribuisce ricchezza. Prima ancora di parlare di riduzione delle aliquote. Invece la legislatura si chiude con un’ulteriore frammentazione più utile agli slogan della prossima campagna elettorale che ad altro.
Renzi poi sottolinea la necessità di ridurre il “gap di cuneo fiscale e mettere soldi in tasca dei lavoratori come fatto con 80 euro“. Anche qui non si tratta di una riduzione delle tasse, ma di una ulteriore spesa. O meglio, di uno spostamento di voci di spesa: infatti per finanziare gli 80 euro Renzi ha tagliato risorse agli enti locali, specie alle province. Che però poi sono costretti ad aumentare la pressione fiscale locale, a detrimento di quella generale. Come documenta costantemente la Corte dei Conti.
Ma poi arriva il capolavoro delle proposte politiche del segretario dem, l’impegno per la prossima legislatura: “Ormai siamo in campagna elettorale ma la legge di bilancio non può avere chissà che cosa. Ma la prossima volta si va in Europa con Back to Maastricht, si abbassano le tasse, si semplificano le cose…”. Che tradotto significa: “Non diminuisco le spese per ridurre le tasse, altrimenti non posso moltiplicare i bonus che prometto (un po’ ai diciottenni, un po’ alle mamme, un po’ ai dipendenti, un po’ agli insegnanti, ecc.); tuttavia mi impegno a chiedere all’Europa di poter fare più debito per ridurre la pressione fiscale e così prendo due piccioni con una fava: se non mi riesce, è colpa dei burocrati di Bruxelles; se mi riesce il conto lo pagheranno le future generazioni”. Un po’ come l’idea di sganciare l’età pensionabile dalle aspettative di vita. Fatto tutto sulle spalle dei giovani. Aveva proprio ragione Churchill quando diceva che “i socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri“.

Matteo Forte

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