“A qualsiasi età, ogni essere umano deve avere la possibilità di rilanciare i dadi… Storie di malavita, carcere e redenzione”, è il titolo del convegno organizzato da LabOra, svoltosi questa sera a Lecco e a cui ho preso parte come membro della Commissione speciale Carceri di Regione Lombardia. Padrone di casa Filippo Boscagli, consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia. Sono intervenuti anche Matteo Zilocchi (giornalista e autore di “All’inferno e ritorno. Un uomo nella ‘ndrangheta, in carcere e verso una nuova vita” edito nel 2021 da San Paolo) e don Niccolò Ceccolini, sacerdote della Fraternità San Carlo e cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo. A portare i saluti istituzionali il sindaco Mauro Gattinoni, la direttrice della casa circondariale di Pescarenico Luisa Mattina e ilcollega consigliere regionale di Fratelli d’Italia Giacomo Zamperini, eletto proprio a Lecco.
Nel mio intervento ha ricordato quanto lo stato delle carceri ci dice lo stato di salute della giustizia. Intesa sia come civiltà che come ordinamento. Perché è vero che la politica ha le sue responsabilità, ma c’è anche un altro potere che ne ha, ed è proprio quello giudiziario. Per esempio, parliamo di carceri sovraffollate: la capienza è di 51mila detenuti, ma ne contiamo oltre 61mila. Di questi, quasi 9mila sono in attesa del giudizio di primo grado e altri 6200 del giudizio definitivo. Dunque, i presunti innocenti reclusi sono oltre 15mila. Certo, 19mila sono stranieri, che spesso non hanno una casa dove stare e non si può pensare per loro ad un’alternativa come quella degli arresti domiciliare. E proprio su questo sta intervenendo il decreto Carceri del Ministro Carlo Nordio. Tuttavia bisogna chiedersi se in tutti questi anni sono state fatte politiche di integrazione. Perché, a volte, proprio per le differenze culturali, molti stranieri commettono reato senza sapere che nel nostro Paese quel comportamento lo è. Numerose sono state in questi anni le sentenze di giudici che proprio per questo motivo hanno invece “relativizzato” assolvendo stranieri autori di violenza dentro le mura domestiche, “perché così si fa nella loro cultura”.
Ho poi voluto sottolineare l’importanza del lavoro, per il quale c’è un’attenzione storica da parte della Regione: su oltre 10 milioni di finanziamenti richiesti allo Stato da imprese sociali che operano nelle carceri, 4 milioni provengono dalla Lombardia. Eppure a livello nazionale solo il 33% dei detenuti è attualmente coinvolto in un lavoro. Di queste 33%, circa l’85% lo è in attività amministrative dentro il carcere, come bibliotecari, addetti alla mensa o alle pulizie, con l’alto rischio di non garantire molti sbocchi al momento del ritorno in libertà. A questo proposito, si potrebbe magari pensare a una sorta di certificazione delle competenze da parte di una società terza. Degna di nota e poco sottolineata è la scelta del governo Meloni, e in particolare di Nordio, di rifinanziare la legge per il reinserimento lavorativo dei detenuti, la cosiddetta legge Smuraglia, con 6 milioni aggiuntivi sul triennio ’23 – ’24 – ’25 rispetto al precedente. Del resto, come dimostra l’esperienza milanese di Bollate, il lavoro o la formazione al lavoro sono la via principale perché la pena sia effettivamente riabilitativa: lì, infatti, su 10 detenuti che hanno finito di scontare la pena, solo 3 si dimostrano recidivi, contro i sei di media nazionale.
A fronte di questi dati è possibile dire che tra il buonismo di certa sinistra, per cui chi commette reato è in realtà vittima di una società profondamente ingiusta che pensa di risolvere i suoi problemi con la reclusione dei soggetti che considera deviati, e la tentazione giustizialista che spesso riemerge anche a destra (e che porta alla sbrigativa affermazione “chiudiamo il reo in galera e buttiamo via la chiave”), c’è una terza via; la via del lavoro, della formazione e della partecipazione. Questa fa bene alla persona e alla comunità, perché recupera e contrasta la recidiva. Investendo così anche in una maggiore sicurezza per tutti.