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Col bilancio 2026 Regione ribalta la logica del paradosso della parsimonia

Con l’approvazione del Bilancio regionale di previsione per il 2026 non si adempie solo ad una necessità, ma si consolida una gestione prudente che crea quelle condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia dei territori e dei servizi ai cittadini. Nonostante lo sforzo profuso nella scorsa legislatura per far ripartire le nostre città ed aree vaste dopo il Covid, con il Piano Lombardia che ha visto muovere 4,5 miliardi e molto ha vincolato la cassa di Regione, con questa manovra torniamo a investire mettendo a disposizione mezzo miliardo di euro in più. Non solo, per il 2026 si registra un pareggio di entrate ed uscite. Le prime assommano a circa 35 miliardi, di cui 23 destinati alla gestione della sanità e 4,6 previsti a seguito di ricorso al mercato creditizio anche a copertura del disavanzo pregresso stimato in 2,9 miliardi (e tornando ad investire si tratta di “debito buono”).

Ovviamente tutto ciò non accade per un particolare allineamento astrale, ma è garantito dall’attenta e oculata gestione dell’assessore al Bilancio e vicegovernatore Marco Alparone (Fd’I), che è anche coordinatore per la finanza regionale all’interno della Conferenza Stato-Regione – a sua volta non estranea a quanto inserito nel DDL Bilancio dello Stato 2026 in questi giorni in trattazione in Parlamento. A fronte di quanto proposto in quella norma, si prevede una riduzione di 100 milioni del concorso alla finanza pubblica da parte delle regioni (cioè i famosi tagli) e la possibilità per queste di rinunciare a contributi per investimenti, con conseguente riduzione degli obblighi finanziari. Si stima che tra riduzione del taglio e la facoltà di rinuncia ai contributi diretti, con conseguente beneficio sulla riduzione pluriennale al concorso alla finanza pubblica, la Lombardia ottiene complessivamente 32 milioni.

Si tratta di una inversione di rotta. Specie a livello nazionale. Nello scorso decennio, infatti, la politica economica dei governi che si sono succeduti (per lo più di sinistra) è stata di segno decisamente opposto. Al netto dell’Imu introdotto dal governo Monti, che invece di offrire margini di autonomia alla fiscalità locale trasformava i comuni in esattori per conto dello Stato (un esempio su tutti quella sui beni immobili ad uso produttivo), nel periodo fra il 2015 e il 2019 ha visto gli esecutivi guidati da Renzi e Gentiloni chiedere alle regioni 13,8 miliardi, una correzione a carico degli enti locali di 14 miliardi e la riduzione della spesa corrente delle province e città metropolitane per 12 miliardi. Anzi, il famoso bonus di 80 euro con cui Renzi vinse le elezioni europee del 2014 era coperto per 2,5 miliardi dalla riduzione di trasferimenti per spese in beni e servizi degli enti locali. E si trattava di maggiore spesa dello Stato, non certo di una riduzione di tasse – visto che l’aliquota Irpef non fu mai toccata.

Il Bilancio regionale approvato porta sui territori, sui nostri comuni in particolare, una quantità di risorse importanti già dalla prossima annualità: contributi per i servizi di Tpl (200,3 milioni); sviluppo di metropolitane e metrotranvie e ammodernamento delle relative infrastrutture (42,4 milioni); risorse a favore di progetti di ordine pubblico, sicurezza urbana e polizia locale (18 milioni nel triennio di risorse correnti e in conto capitale); il finanziamento degli interventi previsti dagli strumenti di programmazione negoziata regionale (37,3 milioni); contributi per le gestioni associate di servizi comunali (4,3 milioni) che molto bene fanno al contenimento delle spese di funzionamento degli enti locali; le risorse correnti per il finanziamento delle funzioni regionali delegate alle province (61 milioni); investimenti destinati dagli enti locali alla ripresa economica (22,8 milioni); 2,7 milioni previsti per la strategia di sviluppo alle Aree urbane; 32 milioni alle Aree interne. Solo nel 2026, per le voci appena ricordate, Regione Lombardia destina circa mezzo miliardo di risorse ai suoi comuni e province.

Si può non essere d’accordo con le riforme che il centrodestra sta portando avanti anche a livello nazionale (su tutte l’autonomia differenziata). Tuttavia non si può negare lo sforzo di riordino istituzionale che si sta tentando dopo anni di interventi dannosi fatti dal centrosinistra, a partire dall’introduzione nel Titolo V delle cosiddette materie concorrenti che tanta conflittualità tra Stato e regioni ha creato alla Legge Delrio che ha fatto finta di cancellare le province, lasciando enti privi di legittimazione democratica, con le stesse competenze di prima ma prive di risorse.

Quella austerità dello scorso decennio, fatta di più tasse e minore spese, e che ha condotto al paradosso della parsimonia che ha generato solo maggiore povertà, concepiva cittadini e territori a servizio della politica economica statocentrica. La coerenza delle scelte di bilancio lombarde con quelle nazionali, invece, ribalta la logica e rimette in carreggiata quella filiera istituzionale che, in modo sussidiario, dai comuni allo Stato deve essere sempre concepita a servizio dei cittadini.

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