Saluti istituzionali di Matteo Forte. Milano, Teatro Dal Verme, domenica 23 Marzo 2025.
Buon pomeriggio a tutti, è un piacere essere qui.
Rivolgo un saluto ai presenti in sala e porto quelli del presidente Attilio Fontana, dell’Assessore alla Cultura Francesca Caruso e quelli di Regione Lombardia.
GLI 80 ANNI DEI POMERIGGI MUSICALI
Questo evento unisce la storia alla grande musica.
Oggi celebriamo non solo gli 80 anni della Liberazione, ma anche gli 80 anni dell’Orchestra “I Pomeriggi Musicali”.
Due anniversari che ci parlano di rinascita e di cultura.
L’Orchestra “I Pomeriggi Musicali” è nata nel 1945, subito dopo la fine della guerra.
Il suo debutto fu un segnale potente: la voglia di ripartire, anche attraverso la musica, dopo un periodo buio segnato dalla dittatura e poi dalla guerra.
Da allora ha accompagnato Milano e la Lombardia rappresentando un prezioso patrimonio culturale ed artistico.
Regione Lombardia è, tra l’altro, uno degli enti che – insieme al Comune di Milano e a Città Metropolitana – ha costituito la Fondazione Pomeriggi musicali, contribuendo a rendere stabile nel tempo questa meravigliosa realtà.
LA MEMORIA CONDIVISA COME UN’ORCHESTRA
Il concerto di oggi è un’occasione per fermarci e per ricordare. Ma anche per guardare avanti.
Perché la libertà non è mai scontata e data una volta per tutte. Ogni generazione è chiamata sempre a riscoprirne il valore e a conservarla per quelle future, e la cultura è uno degli strumenti più forti per custodirla e trasmetterla.
Con il concerto di oggi iniziamo le celebrazioni per gli 80 della Liberazione dal nazifascismo. Forse non c’è modo migliore. Infatti, un’orchestra è sempre polifonica, cioè, vede al suo interno più strumenti che, suonati simultaneamente, producono linee melodiche differenti che tuttavia devono trovare tra loro armonia. Contrariamente avvertiremmo una cacofonia.
Ecco, penso che aprire qui, oggi, le celebrazioni per l’Anniversario della Liberazione ci possa aiutare anche a superare otto decenni di divisioni e letture parziali di un evento che, proprio perché fondativo della nostra Repubblica, dovrebbe unirci.
Milano è l’ultima grande città ad essere liberata nel 1945. Era già la grande area industriale popolata da operai e lavoratori che quel 25 aprile promossero, sospinti da ideali socialcomunisti, l’insurrezione delle fabbriche. Era altresì la città in cui aveva sede il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, presieduto da un borghese liberale come Alfredo Pizzoni, il “banchiere della Resistenza” le cui entrature con gli Alleati e in Svizzera procurarono armi e viveri alle bande partigiane.
Milano è stata pure la città in cui, tra le truppe inglesi, i primi a fare ingresso dopo la cacciata dei tedeschi furono i componenti della Brigata ebraica.
È stata la città in cui l’opera della Chiesa ambrosiana, guidata dal cardinale Idelfonso Schuster, offrì rifugio a perseguitati politici ed ebrei – anche attraverso l’Opera soccorso cattolico antifascisti e rifugiati (O.S.C.A.R) – e garantì una transizione il meno sanguinaria possibile, con la preservazione delle industrie in vista della ricostruzione economica e sociale.
Già questo excursus sommario rileva non pochi differenti modi di impegno per porre fine alla dittatura e alla guerra, non tutti riconducibili ad un antifascismo inteso esclusivamente quale vertice della più generale lotta al capitalismo.
A 80 anni dal 25 aprile 1945 è giunto forse il momento di ripensare la chiave di lettura con la quale normalmente gli episodi legati ad esso vengono interpretati. Se si indugia nel percorrere la strada aperta da autori, nonché protagonisti di quel periodo, come Sergio Cotta, che descrisse la Resistenza quale «composita unità policentrica»[1], probabilmente non solo si riuscirebbe a leggere e meglio comprendere i molteplici elementi che giocarono un ruolo nella lotta di liberazione nazionale, ma si ricomprenderebbero finalmente anche coloro che, facendo i conti con la propria storia fino ad allora esclusa dal cosiddetto arco costituzionale, hanno concluso il XX secolo riconoscendo che la Resistenza «fu il momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato»[2].
CONCLUSIONI
Probabilmente non riusciremo ancora ad eseguire un’armoniosa polifonia, come un’orchestra, e forse non sarebbe nemmeno giusto, ma potremmo superare le divisioni ideologiche del Novecento riconoscendo le ragioni dell’altro e legittimando le posizioni differenti dalle nostre. In fondo, è questa concezione di pluralismo ad animare quella democrazia che con grande sacrificio di molti abbiamo riconquistato 80 anni fa.
Ringrazio l’Orchestra e tutti coloro che hanno reso possibile questo appuntamento.
Iniziative come questa, che mettono insieme memoria e arte, fanno bene alla comunità.
Grazie a tutti. Buona domenica e buona musica!
[1] La Resistenza. Come e perché, Bonacci, Roma, 1994, p. 25.
[2] Pensiamo l’Italia. Il domani c’è già. Valori, idee e progetti per l’Alleanza Nazionale. Tesi politiche per XVII Congresso nazionale del Msi-Dn, Fiuggi, 1995, p. 8.
