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Giulia, la violenza di genere e l’emergenza educativa

È stato annunciato dal governo un piano di educazione alle relazioni nei licei e nelle scuole superiori. Questa iniziativa segue l’incremento dei fondi destinati ai centri anti-violenza, che con il Ddl presentato dal dicastero delle Pari opportunità, e votato all’unanimità dal Parlamento, raggiungono l’importo più alto di sempre, ovvero 55 milioni contro i 35 degli anni precedenti a cui si aggiungono i 9 destinati direttamente alle vittime. Non si tratta di azioni sull’onda emotiva suscitata dal caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin, si è precisato, ma è il frutto di un lungo lavoro a seguito degli odiosi stupri a Caivano ad opera di un branco di ragazzini su due bambine e che testimonia in generale l’attenzione dell’esecutivo nella difesa delle donne dalla violenza nei loro confronti. Il piano annunciato insieme dai ministri Valditara, Roccella e Sangiuliano prevede inoltre lo stanziamento di 15 milioni a valere sui fondi Poc (Programma operativo complementare) per interventi negli istituti, anche con il supporto di psicologi, pedagogisti e giuristi, per un totale di 30 ore extra curricolari. L’emersione di fatti così gravi e che coinvolgono sempre di più i giovani deve trovare una risposta pronta da parte delle istituzioni. Ed è una risposta che, giustamente, va anche oltre la repressione dei reati e quella strettamente sicuritaria.

Tuttavia, sappiamo che non può bastare se gli uomini e le donne – sulle cui gambe devono camminare gli intenti riformatori – non cambiano mentalità. E ciò riguarda primariamente l’educazione. Ma occorre intendersi. Oggi ad ogni emergenza si sente dire che deve intervenire la scuola, nel quadro di una generale moltiplicazione e parcellizzazione delle materie e delle ore: dalle 33 annuali previste con l’introduzione dell’educazione civica quale soluzione immaginata per contrastare il bullismo, a quelle proposte nelle varie iniziative legislative per introdurre l’educazione sessuale per combattere gli stupri e la diffusione del revenge porn tra i giovanissimi. Eppure, l’emersione e diffusione di fatti gravi e violenti appare sempre più direttamente proporzionale alla moltiplicazione di materie ed ore che ricadono sulla testa di dirigenti scolastici e docenti. Occorre dunque che tutta la società si interroghi su questa dinamica: com’è possibile se nella scuola, in alcuni casi fino a quella dell’infanzia, abbiamo introdotto negli anni insegnamenti specifici e, nel caso dell’istruzione superiore, non mancano certo occasioni di dibattito e confronto su qualunque cosa a partire dagli anni ’70 ad oggi? Il problema è che forse si confonde l’educazione con le istruzioni per l’uso.

Per esperienza diretta, posso ricordare che l’intervento in classe di un’esperta di un consultorio pubblico di zona che spiega quanti contraccettivi esistono e come si utilizzano, in fin dei conti per proteggersi l’uno dall’altro in un rapporto occasionale dato indiscutibilmente come presupposto, non è educazione. Può anche avere una sua utilità in un contesto di generalizzata promiscuità sessuale, che non discuto. Tuttavia, non è educazione! Non lo è se per educazione intendiamo quella “introduzione alla realtà totale” secondo la definizione di Josef Andreas Jungmann e ripresa dal genio pedagogico di Luigi Giussani. Perché ci sia una introduzione alla realtà totale occorre che ci sia qualcuno che lo faccia. Questi è l’adulto, figura oggi quanto mai assente. Innanzitutto in famiglia. Per lo più siamo infatti di fronte ad “amici” o “fratelli maggiori” dei nostri ragazzi. Oppure a sindacalisti, pronti sempre a contrattare con la “controparte” (gli insegnanti) e a prendere le difese dei figli che, sentendosi protetti e non lanciati nell’avventura della vita, tendono a schivare la fatica e a non crescere mai. E perché ci sia una introduzione alla realtà totale occorre un significato, un senso da comunicare. O, come si diceva una volta, una weltanschauung, una visione generale del mondo e della vita, all’interno della quale ogni particolare assume un significato in funzione del tutto. Comunicare ai nostri figli un significato sintetico, e comunicarlo prima ancora che con le parole con la nostra stessa vita, vuol dire permettere loro di avere una ipotesi esplicativa della realtà da mettere in connessione con ogni dimensione dell’esistenza: dallo studio al tempo libero, fino alle relazioni affettive. Del resto, come ha correttamente fatto notare anche il ministro Roccella intervistata su La Stampa del 20 novembre scorso, «la Svezia, per esempio, ha un tasso di violenza contro le donne e un numero di femminicidi più alto rispetto all’Italia eppure ha l’educazione sessuale nelle scuole». Non è quindi il bugiardino dei profilattici distribuito tra i banchi la soluzione alla violenza. Così come non lo è propagandare le teorie gender, che finiscono solo per alimentare il narcisismo individuale con l’idea che «io sono quello che voglio essere» e censurare quella naturale vocazione a essere “per l’altro” inscritta nella differenza sessuale. Ma per trasmettere tutto questo occorre comunicare, appunto, un significato per l’esistenza.

È l’aver rinunciato a questo che costituisce la prima violenza di noi adulti ai nostri giovani. Ne Il rischio educativo don Giussani paragona questa situazione a quella di «un bambino intelligente, che entrando in una stanza trovi sul tavolo una grossa sveglia. Egli è intelligente, e curioso, perciò afferra la sveglia e piano piano la smonta tutta. Alla fine davanti a sé egli ha cinquanta, cento pezzi. È stato veramente bravo, ma a questo punto egli si smarrisce e piange: ha lì tutta la sveglia, ma la sveglia non c’è più; gli manca l’idea sintetica per ricostruirla. Il giovane studente manca, normalmente, di una guida che lo aiuti a scoprire quel senso unitario delle cose, senza del quale egli vive una dissociazione, più o meno cosciente, ma sempre logorante» (ed. Rizzoli, pag. 76). E questa è la colpa di noi adulti. Dalle famiglie, alle parrocchie, alla scuola: non c’è agenzia educativa che non abbia rinunciato a comunicare un senso unitario delle cose, parcellizzando la conoscenza del mondo e della realtà in mille rivoli “specialistici”. E non è moltiplicandoli all’infinito che contrasteremo la violenza, di genere e di qualunque altra natura. Anzi, privando i nostri figli della comunicazione di un significato per l’esistenza li stiamo instradando verso una società sempre più violenta, dove l’emotività e l’istintività diventano l’unico criterio di rapporto con tutto.

Tuttavia, questo significato per l’esistenza non è lo Stato che deve offrirlo. Esso deve essere veicolato dalla società nella libertà. Per questo è quanto mai urgente che la scuola sia un sistema integrato, dove diversi intenti pedagogici siano in concorrenza fra loro. E a fronte dei quali le famiglie siano libere di scegliere con quale scuola e quali docenti stringere un’alleanza, indispensabile per la crescita sana dei propri figli.

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