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Il Senato vota una Cirinnà senza l’accento sulla “a”

Foto LaPresseLe Unioni civili tra persone dello stesso sesso sono state votate dal Senato della Repubblica. Non entrano ancora ufficialmente nel nostro ordinamento solamente perché manca il voto della Camera. Ma la vera prova (soprattutto dei numeri) era a Palazzo Madama. E dopo settimane a discutere della necessità di garantire ai senatori  la libertà di coscienza su questioni eticamente sensibili, riconoscendo il voto a scrutinio segreto, la fiducia posta dal governo su un provvedimento parlamentare (modalità quanto meno insolita) ha imposto a tutti il voto nominale e palese.

Risparmiando ulteriori commenti sul metodo autoritario del Presidente del consiglio che è anche segretario del partito che ha presentato il disegno di legge, il merito del provvedimento votato oggi è altrettanto discutibile. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il maxiemendamento del governo su cui il Senato ha votato la fiducia estende gli effetti giuridici del matrimonio anche alle unioni civili. Recita il comma 20 dell’articolo 1: «Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Decisione che presenta elementi di incostituzionalità raffrontandola con i pronunciamenti della Corte costituzionale. I custodi della Legge fondamentale dello Stato, infatti, nel 2010 stabilirono che si deve escludere che l’aspirazione alla vita di coppia di due persone dello stesso sesso «possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio» (sentenza n. 138). Posizione che trova ragione nel fatto che giuridicamente è errato non distinguere tra «situazioni non omogenee», come si legge ancora in quella storica pronuncia.

È vero che dal testo finale votato oggi è stata stralciata la cosiddetta stepchild adoption e che, come recita ancora il comma 20, «Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti». Tuttavia una consolidata giurisprudenza comunitaria, in virtù del principio di non discriminazione, prevede la facoltà di riconoscere l’adozione del figliastro da parte del partner dello stesso sesso se l’ordinamento nazionale equipara i conviventi ai coniugi. Cosa del resto affermata dalla stessa senatrice del Pd Monica Cirinnà che, a commento del testo votato questa sera dal Senato, ha dichiarato: «Nel maxi emendamento c’è un passaggio di garanzia che non preclude il lavoro dei magistrati nella tutela della continuità affettiva del minore». In sostanza, il Senato oggi non ha stralciato la stepchild adoption, ma ha deciso di non decidere aprendo un’autostrada all’iniziativa giudiziaria. Quindi il testo votato cambia in poco o in nulla il ddl originale. Ironicamente si potrebbe dire che la nuova trascrizione della Cirinnà si limita a togliere l’accento sulla “a”.

Si dice che questa è una rivoluzione perché si riconosce una parte importante del Paese, facendola accedere a diritti dai quali fino ad ora sarebbe stata esclusa. Eppure in una città moderna e laica come Milano, “vicina all’Europa” cantava Lucio Dalla, nei quattro anni di vita del Registro sulle Unioni civili voluto dalla giunta Pisapia, si è iscritto solo lo 0,069% della popolazione residente. Si tratta cioè di provvedimenti pensati più che altro ad uso e consumo della propria militanza partitico-ideologica che non erga omnes. Come invece dovrebbero essere le leggi di uno Stato.

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