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In memoria di Luigi Amicone, l’anarcoresurrezionalista

Di seguito il mio intervento alla commemorazione di Luigi Amicone tenutasi venerdì scorso 21 ottobre nella Sala consiliare di Palazzo Marino, a un anno dall’improvvisa scomparsa del direttore di Tempi, che è stato consigliere comunale dal 2016 al 2021. Nel corso della serata, organizzata da Tempi in collaborazione con le associazioni Nuova Generazione e Esserci, è stato presentato il libro Luigi Amicone, l’anarcoresurrezionalista e hanno parlato di Amicone anche l’imprenditore ed ex consigliere regionale Mario Sala e il direttore di Libero Alessandro Sallusti.

Tempi AmiconeProvo a raccontare attraverso le parole di Luigi, per quanto vi lascio immaginare quanto sia difficile trascrivere i suoi interventi, l’Amicone consigliere comunale. Del resto è qui che ho potuto avvicinarmi personalmente e diventare amico di quel barricadero che avevo conosciuto solo come autore di infuocati editoriali negli anni del mio liceo. 

Divisi, ma uniti. Questo è il ricordo che mi rimane degli ultimi anni passati fianco a fianco all’opposizione a Milano. Eletti in liste diverse, spesso con idee, sensibilità e approcci diversi. Espressione di generazioni diverse: lui, figlio di don Giussani, che ha conosciuto gli anni dei conflitti e degli scontri ideologiciio più figlio di quel tempo che proprio il nostro don Gius descriveva come caratterizzato da un “effetto Chernobyl”, in cui il crollo delle ideologie ha come modificato i nostri organismi dall’interno rendendoli “affettivamente scarichi”.

È probabilmente per questo che una volta il Corriere descrisse Luigi come “l’attivista di tutte le battaglie perse d’Italia”: «Era già in Comunione e Liberazione e faceva furiosamente campagna contro il divorzio al referendum. “Quando lo scoprì, mio padre mi voleva diseredare: lui e la mamma erano una delle prime coppie divorziate d’Italia”. […]. Il divorzio, appunto, e poi l’aborto, il giustizialismo di Mani Pulite, l’eutanasia, i matrimoni gay. Sempre sconfitto e sempre in contraddizione con qualcuno o qualcosa. Spesso con la propria biografia. Benvenuti nel mondo alla rovescia di Luigi Amicone»(“Il mondo alla rovescia dell’eclettico Luigi Amicone” Andrea Senesi, il Corriere della sera, del 12 maggio 2019).

Quello del Corsera era uno della serie di articoli che la domenica dedicava a far conoscere ai lettori di volta in volta i loro rappresentanti eletti a Palazzo Marino. Il 14 luglio 2016, in uno dei suoi primi interventi in quest’aula, da consigliere di minoranza, provocò la maggioranza. Si parlava della delibera con cui si istituivano le commissioni consiliari. Tutti i gruppi di opposizione intervenivano sostanzialmente per chiedere che ci fosse apertura verso di loro, prevedendo qualche presidenza o vicepresidenza per un nostro esponente. La politica è anche questo. Luigi invece cambiò subito registro, portando il dibattito ad un altro livello. Citando Habermas invitò la maggioranza a non concepirsi semplicemente come aritmetica, ma di impegnarsi a che quelle commissioni fossero davvero il luogo della democrazia, cioè della discussione intorno alla verità delle cose. E non bisogna subito immaginare che Luigi si riferisse a temi troppo altisonanti. Fece anzi come esempio il dibattito sui biglietti dello stadio per i consiglieri, sollevato proprio in quelle settimane dai grillini – che nella tornata elettorale del 2016 elessero 3 consiglieri con il 10% dei consensi. Quei biglietti non sono mai stati un privilegio, ma il segno della proprietà comunale del Meazza riconosciuta dalle squadre nella forma di posti riservati. Certo, poi c’erano anche i temi alti, c’erano i temi etici e sensibili. Il 26 novembre del 2018 Amicone portò in aula la mozione per fare di Milano “città per la vita”. Il testo proponeva di sostenere economicamente i centri di aiuto alla vita, come il Cav della Mangiagalli. Ovviamente si trasformò in un dibattito pro o contro la legge 194. Luigi dopo aver ascoltato tutti gli interventi e prima di ritirarla svelò ai colleghi: «avete un problema, siete a disagio», perché«siete attaccati ancora alla difesa di posizioni astratte, a prescindere dalla realtà. La realtà è o non è che le donne, siano esse italiane o straniere, vivono situazioni in cui la vita si fatica a difendere? Possiamo andare contro una realtà viva come il Cav di Paola Bonzi che ha aiutato a far nascere più di 20mila bambini dando supporto economico e abitativo alle loro mamme, molte delle quali extracomunitarie? Andate a chiedere alla Kustermann».

L’arroccarsi su posizioni astratte a prescindere dalla realtà per Luigi, con l’onestà intellettuale che anche gli avversari gli riconoscevano, non era un rischio legato all’appartenenza ad una sola parte politica. Da questo punto di vista voglio ricordare quando il 22 luglio del 2019 diede per conto di Forza Italia l’assenso a mettere in discussione una mozione urgente della maggioranza (sulla quale poi l’opposizione si sarebbe astenuta, perché – senza ingenuità – riconoscemmo anche la strumentalità di quella posizione) per contestare un disegno di legge in discussione allora in Parlamento sull’affido condiviso. Cosa disse Luigi? «Vigilanza di coscienza che lotta in modo sistematico contro l’irrigidirsi anche di buone intenzioni in ideologia. L’irrigidimento è la morte di tutto. È la morte di ogni verità. Per cui anche su questo ddl […] qual è l’obiezione fondamentale? L’obiezione fondamentale è che può partire da considerazioni giuste, nel senso di [segnalare] una certa parzialità [nella gestione da un punto di vista legale delle relazioni familiari]… , ma tutto questo gestito così dalla legge e dallo Stato – per quanto dei limiti e delle regolazioni ci vogliano, riconosceva Luigi –, ma poi è il buon senso, le relazioni umane. Non è che tu puoi investire la legge di essere il soggetto di conflitti, invece di essere uno spazio dove i conflitti vengono risolti. Il ddl […] è una legge “vendetta”, che per pretendere di correggere delle storture, introduce conflitti ulteriori per dire che il padre deve valere di più».

Attivista di tutte le battaglie perse d’Italia dunque? Probabilmente sì. Ma intendiamoci su cosa significa “perdere tutte le battaglie”. Intendiamoci su cosa sia il fallimento e in cosa consista la vera vittoria. Luigi non aveva il problema di vincere a tutti i costi, di fare battaglie che affermassero una egemonia. Luigi era attivista di tutte le battaglie perse e ne era consapevole da un certo punto di vista, tanto che si era autodefinito – come ricorda il titolo del libro che raccoglie alcuni suoi articoli – anarcoresurrezionalista. In questa definizione c’è tutto. C’è il fatto che per risorgere occorre prima passare dal fallimento della croce. A tal proposito disse una volta Benedetto XVI che Dio «“fallisce” continuamente, ma proprio per questo non fallisce, […] perché non si sottrae alla prospettiva di sollecitare gli uomini perché vengano a sedersi alla sua mensa, a prendere il cibo dei poveri, nel quale viene offerto il dono prezioso, Dio stesso» (7 novembre 2006). Ecco, le battaglie perse di Luigi sono questo. Non equivalgono ad una sconfitta, maequivalgono a quella continua possibilità di sollecitare gli altri a quella vigilanza della coscienza di cui ci parlava in aula. Quella vigilanza per cui lottava con tutto sé stesso contro le conseguenze dell’effetto Chernobyl e si accendeva ancora di più di fronte ad un mondo e a intere generazioni in cui quel che sembra dominare è solo la moda o il mainstream. Eravamo divisi, perché eletti in liste diverse, discutevamo spesso delle nostre differenti scelte politiche, della nostra società, della Chiesa, ma uniti. Uniti in una comunità umana, quella del movimento di Comunione e Liberazione, che ci ha spesso assimilati agli occhi di chi ci vedeva alternarci l’un l’altro nell’intervenire, unici in aula, su certi temi sensibili. Non solo sui cosiddetti ‘etici’, ma anche a difesa del nostro ex collega Pietro Tatarella, detenuto in carcere per decine di giorni come un pericoloso terrorista. A tal proposito sempre l’articolo del Corriere della sera del 12 maggio 2019 ironizzava: «L’ultima battaglia del “soldato di Cristo” Amicone è stata invece solo annunciata. “Voglio appoggiare la corsa di Tatarella alle Europee”, l’endorsement di poche settimane fa. “Pietro ha solo 34 anni ed è uno dei pochi svegli in Forza Italia. Almeno con lui vediamo un po’ di futuro”, profetizzava Amicone». Pietro era stato arrestato pochi giorni prima di quell’articolo, il 7 maggio. E avrebbe vissuto 4 mesi di carcere preventivo, cioè tecnicamente da innocente; 46 giorni di isolamento totale e poi sarebbe stato spostato come un pacco a Busto Arsizio, in pieno agosto, senza informare la famiglia. In quei mesi Luigi gli ha scritto spesso e Pietro rispondeva. E Pietro a tutt’oggi lo ricorda come un qualcosa che lo ha aiutato a vivere quel periodo, fino a volerlo andare a trovare per riconoscenza alla camera arente.

Battaglie perse, forse. O che lasciano un segno, nel tempo. E seminano.

 

 

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