Uno spazio di dialogo libero e di ascolto vero. Questo è stato lo spirito dell’incontro organizzato insieme agli amici di LabOra e della Fondazione Anna Kulicioff a Milano, presso lo spazio JoinUs. L’occasione è stata offerta dalla presentazione del libro “Otre nuovo per vino nuovo“, curato da 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐒𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐢 (già ministro del lavoro) e da 𝐄𝐦𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐚𝐠𝐥𝐢 (presidente della Fondazione Tarantelli). Un libro che invita a cambiare paradigma nell’affrontare le tematiche dell’occupazione e della trasformazione digitale in atto: servono “otri nuovi” per un “vino nuovo”, ovvero per un cambiamento profondo che riguarda le istituzioni, l’economia, il lavoro e la società intera. Un invito che ha trovato piena risonanza nel dibattito, moderato dall’onorevole 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐌𝐚𝐥𝐚𝐠𝐨𝐥𝐚, relatore alla Camera dei deputati della proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa, che attua dopo quasi ottant’anni l’articolo 46 della Costituzione.Ha aperto il dibattito il presidente nazionale della Compagnia delle Opere, 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐃𝐞𝐥𝐥𝐚𝐛𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚, che ha testimoniato come «“Il buon lavoro” è frutto di un paio d’anni di lavoro all’interno della nostra associazione», con la messa tema della domanda sul «senso del lavoro; cioè: il lavoro è qualcosa che mi permette di vivere al di fuori del contesto lavorativo e, quindi, deve durare il meno possibile, deve essere il meno faticoso possibile e deve non avere a che fare con i miei impegni oppure è qualcosa che fa parte della fecondità della vita, cioè fa parte del percorso di crescita di una persona e deve avere, giustamente, un equilibrio con tutti gli altri interessi della persona?».
«Noi dobbiamo dire alla cameriera d’albergo che il suo mestiere è un lavoro dignitoso – gli ha fatto eco 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐌𝐢𝐧𝐠𝐚𝐫𝐝𝐢, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni –, che è bello se qualcuno entra e trova le cose ben fatte anche in quel contesto». E questa bellezza, non potrà essere rimpiazzata da nessuna tecnologia, «perché la macchina il letto non lo sa fare». «Dobbiamo ripensare il nostro sistema educativo , perché abbiamo costruito un’educazione sostanzialmente centrata sulla costruzione di un ceto imprenditoriale e un ceto intellettuale di basso livello e quella cosa lì, probabilmente, è quella che verrà più colpita dall’IA, cioè un ceto intellettuale di carattere impiegatizio, né carne né pesce».
«Oggi il mondo aziendale non è più quello taylorista» ha spiegato 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐀𝐜𝐜𝐨𝐫𝐧𝐞𝐫𝐨, segretario generale dell’Unione Artigiani di Milano e Monza e Brianza. «Nel mondo dei servizi il modello della fabbrica non risponde più, perché tende a ingessare il rapporto di lavoro in maniera abnorme anche per i lavoratori; non a caso si ha un rifiuto, anche da parte del lavoratore, della gabbia contrattuale perché tende a reprimere anziché esaltare le sue le sue aspettative, le sue propensioni».
«Non c’è dubbio che il lavoro non sia più quello di prima» ha ribadito anche 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐍𝐚𝐯𝐚, segretario generale della Cisl Lombardia. «Cambiano i contratti, le tecnologie, ma soprattutto cambia il modo in cui il lavoro viene percepito. E, nonostante la percezione di due grandi rischi, da un lato ridurre il lavoro a prestazione tecnica, dove un algoritmo decide tutto e dall’altro rassegnarsi, come se tutti i processi fossero una valanga inarrestabile, c’è anche una grande occasione: rimettere al centro la persona, il valore relazionale, umano, generativo del lavoro». Sottolineando il fatto che la Cisl è una voce diversa – come emerso anche nel dibattito sui prossimi referendum di giugno -, Nava ha spiegato che il suo sindacato non vuole subire il cambiamento, quanto governarlo. E riprendendo il tema affrontato da Mingardi il segretario lombardo della Cisl ha ribadito: «vogliamo farlo a partire dalla formazione, dall’orientamento, dall’accompagnamento alle scelte di chi oggi sta cercando la propria strada». «Oggi – ha rilanciato Nava – serve un nuovo patto tra lavoratori e imprese, un patto che si chiama partecipazione. Non come slogan, ma come proposta concreta: nella legge, nei contratti, nelle scelte. E la contrattazione resta la vera leva di giustizia sociale. Non possiamo più accettare che la produttività cresca mentre i salari restano fermi. Per questo la vera sfida non è solo cambiare il “contenitore”, ma cambiare lo sguardo. Rimettere al centro la persona, la sua dignità, la sua libertà. E farlo insieme, con mani, menti e cuori capaci di costruire davvero un “vino nuovo” per il nostro tempo».
Hanno chiuso l’incontro gli autori del libro. L’ex ministro del lavoro ha spiegato quanto l’IA cambierà, ma non distruggerà il lavoro, perché nella falegnameria «per esempio, la tecnologia aumenterà la quantità e la precisione della produzione, ma sprigionerà la fase creativa del lavoro che rimane in capo alle persone». Dunque, anziché imbrigliare la normazione con lo sguardo rivolto agli anni Settanta del Novecento (come fanno i promotori dei referendum, «che hanno sbagliato non i quesiti, ma il secolo»)
occorrono per Sacconi «distruzione creativa e sussidiarietà: lo Stato non deve disturbare quelli che hanno voglia di fare, non faccia lo Stato ciò che può fare meglio la società». Massagli, quasi a corollario, ha indicato in una apatia culturale ed esistenziale la causa comune della crisi demografica e di quella della crescita economica. Di fronte ad essa non c’è legge ed intervento coercitivo dello Stato che tenga. Per questo «noi parliamo di formazione e lavoro, cioè di come sfruttare le esperienze di vita e di lavoro durante i percorsi formativi e di come valorizzare la formazione durante l’esperienza di lavoro. Noi parliamo di integrazione formativa, integrazione scuola-lavoro e parliamo di diritto alla formazione continua, diritto alla formazione perpetua o diritto alle competenze, chiamatele come volete ma è questa l’ambizione della proposta».