L’audizione al Pirelli del medico palliativista Anna Brizio in un nuovo articolo di Caterina Giojelli su Tempi.it. Per la Consulta quelle cure sono la priorità assoluta, «la presenza o meno di questo tipo di assistenza può condizionare la scelta dei malati». E sono troppi i cronici complessi che oggi «non ricevono risposta al loro bisogno».
Mancavano poche ore, e dopo aver regolato la terapia, gli aveva preso la mano per salutarlo: «Signor Giovanni, ha paura?». «No, io non ho paura. Mi sento come quando ero bambino». «Cioè?». «Io ho bisogno di essere consolato». Il signor Giovanni sarebbe mancato di lì a poco, abbracciato dalla compagna e avvolto nel mantello delle cure palliative. Dal latino “pallium”, che significa “mantello”, “protezione”, cioè qualcosa che avvolge tutti i bisogni dell’uomo e dà sollievo: ad Anna Brizio, medico palliativista di un servizio di cure palliative domiciliari a Milano, piace sempre ricordare l’etimologia e quanto le si chiarì tanti anni prima al capezzale di Giovanni, «il malato ha bisogno di qualcuno con cui stare, da cui essere confortato, consolato. La sua stessa autodeterminazione, la sua libertà di scelta, nasce in una trama di rapporti: sceglie, ma sceglie legato a qualcuno, informato da qualcuno».
Lo ha ribadito in audizione lo scorso 10 ottobre ai consiglieri lombardi riuniti per discutere la pdl dell’Associazione Coscioni sulla morte volontaria medicalmente assistita: lo stesso concetto di “consenso informato” della legge 219/2017 afferma una relazione, è progressivo ed è tanto più consapevole tanto più è basato su una relazione duratura e profonda. La norma stessa definisce il tempo della relazione tra medico e paziente come “tempo di cura”, «in che modo, invece, la tempistica così serrata e ben dettagliata di questa proposta di legge si adegua ai tempi del malato, alla sua dinamica interiore di travaglio e bisogno, speranza e disperazione? Siamo in grado di rispettare il tempo di maturazione di una decisione?».
La vita “fino all’ultimo istante” di Giovanni
Il 10 ottobre scorso sono state ascoltate in Commissione le testimonianze di Anna Brizio, di Elena Polesana infermiera del medesimo servizio, e di Marco Maltoni, professore straordinario di Cure palliative all’Università di Bologna. Tempi ne aveva già parlato qui, raccontando come lo stesso Servizio sanitario regionale – a cui i radicali vorrebbero demandare pieni poteri per aumentare le morti assistite – si fosse unito al coro dei tanti costituzionalisti e penalisti che contestano l’impianto della legge (vedi gli interventi di Zanon, Eusebi, Vimercati): non solo le tempistiche presentate quali fiori all’occhiello dagli autori della pdl non sono realistiche, ma fanno a cazzotti con alcuni dati di letteratura decisivi presentati da Maltoni e verificati dal Ssn stesso con i casi seguiti in Lombardia, dove opportunamente informati sulle cure palliative, circa la metà dei pazienti cambia idea.
Lo abbiamo scritto tante volte: se fosse davvero una questione “di civiltà” o di “morire con dignità”, si tenterebbe qualunque cosa prima di erogare la morte assistita in venti giorni. Se a tema ci fosse davvero il dolore delle persone, la corsa non sarebbe all’eutanasia nel nome della “libertà”, bensì al mettere finalmente in atto ovunque (leggi: finanziare) la legge sulle cure palliative. E invece di celebrare il diritto (tra l’altro mai affermato da Stato o Consulta) a una morte veloce e assistita, celebreremmo la vita fino all’ultimo istante di Giovanni.