Condivido l’appello del direttore a una manifestazione della gente per bene. Non si limiti a una marcia: sventoliamo ciò che di grande e puro ci consegna la nostra storia
di Matteo Forte, consigliere di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia, LaVerità – 21 ottobre 2026
«Se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi?» si chiede Renzo nei Promessi sposi, quando vede la folla rivoltarsi a Milano contro l’aumento dei prezzi della farina. Come sabato, a margine delle proteste contro il caro vita. Come domenica e ieri, quando folle di giovanıssımı hanno continuato a devastare e saccheggiare. Una tabula rasa che non ha risparmiato i supermercati che vendono alimentari e i negozi di catene sportive che a quei giovani danno da lavorare. Un’apparente irrazionalità ha preso quei ragazzi. Eppure, quando già a inizio del secolo la Francia conobbe i tumulti dei casseurs, Andre Glucksmann ci mise in guardia dal rubricare tutto a mera follia. «Sono pur sempre suicidi sociali ed esistenziali», spiegò il filosofo francese, «che costruiscono per sé un avvenire di ceneri e macerie». Una sorta di «non futuro» ben appreso da noi, genitori e maestri di pensiero di un Occidente relativista.
Decenni di decostruttivismo, in cui si è tentato di mostrare quanto i valori dell’ospitalità, della democrazia e del diritto non siano universali ma espressione della ferocia culturale del mondo occidentale, hanno formato la mentalità di educatori e docenti che le giovani generazioni si sono trovati di fronte.
L’attacco a ogni piè sospinto all’uso del linguaggio tradizionale, che escluderebbe generi sessuali e minoranze etniche, non arriva dall’esterno, bensì dal nostro sistema accademico, mediatico e talvolta istituzionale. E il wokismo che abbatte le statue dei grandi della nostra storia, o l’ambientalismo che deturpa monumenti e opere d’arte, a tentare di smantellare la realtà, percepita come ontologicamente ostile, e a esprimere un odio di sé «patologico», come ebbe a dire l’allora cardinale Ratzinger. Fino a quella cultura mortifera che soffia in un’Europa che ha rinunciato a fare figli, vede l’aborto quale diritto fondamentale da inserire addirittura nelle carte costituzionali, e l’orgoglio dei sani un criterio per definire con legge quando una vita segnata dalla fragilità sia ancora degna di essere vissuta.
Non è dunque inspiegabile il fenomeno di violenza a cui assistiamo e, probabilmente, continueremo ad assistere da parte dei giovanissimi. Il fatto che molti di loro siano figli di immigrati nati e cresciuti nei nostri quartieri non cambia nulla. C’è qualcosa di «nostro» nella loro violenza. Non è contro l’assalto di un nemico esterno che dobbiamo combattere. I violenti sono ben integrati in una civiltà che sembra celebrare essa stessa il culto di ceneri e macerie.
«Brucio, dunque sono»: commentava Glucksmann le banlieue di vent’anni fa. La fiammata nichilista ha bruciato tutto ciò che abbiamo sempre ritenuto come vero e giusto. E siccome il nulla non esiste nemmeno per la fisica, quel che è rimasto ai giovani per affermarsi è la stessa violenza distruttiva. Occorre una mobilitazione di tutti, come ha scritto ieri il direttore Maurizio Belpietro, ma che non si limiti a una marcia. Una mobilitazione di tutți in grado di tornare a percepire ciò che di grande e puro ci consegna la nostra storia. E tramandarlo alle nuove generazioni.