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Suicidio assistito tramite Ssn. Secondo caso in Lombardia. Divide la legge sul Fine vita.

Associazione Coscioni: no al testo in Senato, nuova raccolta firme

 

di S. Bettoni, il Corriere della sera – ed. Milano, venerdì 10 aprile 2026.

 

Salgono a due le persone che in Lombardia hanno richiesto e ottenuto il suicidio medicalmente assistito tramite il Servizio sanitario regionale. A gennaio 2025 ha aperto la strada Serena, la 50enne milanese che soffriva di sclerosi multipla progressiva: il Fatebenefratelli-Sacco le ha fornito il farmaco letale.
Oltre a lei nell’autunno scorso, nella Bergamasca, un’altra persona ha seguito l’iter stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019.
In questo caso l’ospedale ha messo a disposizione non solo il farmaco, ma anche il medico che lo ha somministrato.
Il compito è toccato all’anestesista della commissione che ha valutato la richiesta del paziente. Serena invece aveva dovuto chiedere l’aiuto di un dottore di fiducia.

La notizia del secondo suicidio assistito è rimasta riservata finora per volontà sia della famiglia, che ha deciso di non esporsi, sia della Regione, vista la delicatezza del tema e le diverse sensibilità anche all’interno del centrodestra. Come noto, al momento non esiste una norma nazionale né lombarda che regoli la materia. Già nel 2025 però, quando emerse la storia di Serena, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso aveva detto: «Vogliamo mettere tutti nelle condizioni di poter scegliere in modo giusto, corretto e coerente con i dettami della Consulta». Una chiara apertura alla valutazione di nuove richieste e all’accompagnamento alla morte di chi ha i requisiti definiti dalla sentenza del 2019 sulla vicenda dj Fabo: irreversibilità della patologia, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, presenza di sofferenze fisiche o psicologiche considerate intollerabili, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. L’assessorato al Welfare dunque prosegue lungo questa direzione nonostante i malumori di Fratelli d’Italia che un anno fa accusò Bertolaso di non aver condiviso la decisione con la giunta.
Per quanto riguarda i riferimenti normativi, un disegno di legge sul tema è al vaglio del Senato. Il testo però non soddisfa le richieste di chi si batte per il diritto al fine vita.
Tra le Regioni, Toscana e Sardegna hanno già approvato una norma per ottenere tempi certi e procedure chiare. Anche l’Emilia Romagna nel 2024 ha regolamentato il percorso con una delibera, ma il
Tar l’ha sospesa.
In Lombardia, due anni fa l’associazione Coscioni ha presentato il pdl «Liberi subito», supportato da oltre 8 mila firme. Il Consiglio regionale tuttavia ha scelto di non esprimersi sul tema, ritenendola di competenza nazionale. La decisione dell’aula non è stata unanime: 34 i contrari alla pregiudiziale che ha rinviato a Roma la questione, tra cui con tutta probabilità il governatore leghista Attilio Fontana.
Ora l’associazione Coscioni è pronta a rilanciare con un’altra raccolta firme e un nuovo testo aggiornato alla luce della sentenza della Consulta sul caso Toscana. Mossa inopportuna, secondo il consigliere regionale di FdI Matteo Forte: «Richiamare la sentenza 204 del 2025 per sostenere una presunta competenza regionale è una forzatura interpretativa, che non trova riscontro nel principio, più volte ribadito dalla Corte costituzionale, della necessaria uniformità sul territorio nazionale su temi che incidono su diritti fondamentali della persona». Replica Cristiana Zerosi, coordinatrice lombarda della Coscioni: «È falso sostenere che le Regioni non possano intervenire. Al contrario, la Corte conferma che possono farlo “secondo l’ordinamento vigente”, dunque per garantire l’attuazione di quanto stabilito dalla Corte stessa con la sentenza sul caso dj Fabo».
Allo stesso tempo, l’associazione ha appena lanciato una mobilitazione nazionale per chiedere al governo di ritirare la proposta di legge sul fine vita al Senato. «Parallelamente chiediamo che sia rispettato il diritto dei cittadini a essere informati sui loro diritti», ricorda il tesoriere Marco Cappalo. Secondo la segretaria Filomena Gallo il testo è un passo indietro rispetto ai pronunciamenti della Consulta: «Sottrae ai medici pubblici il loro ruolo, restringe l’accesso al fine vita solo a chi è tenuto in vita da macchinari, svuota di valore le dichiarazioni anticipate di trattamento per chi fa richiesta di morte medicalmente assistita e introduce ostacoli burocratici».
La Coscioni ad oggi sta seguendo tre pazienti che hanno chiesto di accedere al fine vita in Lombardia.

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