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La corruzione di uno Stato sono le troppe leggi. Altro che questione morale

Lupi in sala governo alla Camera, ultima volta che entro...Maurizio Lupi, la cui vita familiare e affettiva è stata incivilmente squadernata in questi giorni, rappresenta il classico capro espiatorio. Nonostante le divergenze di quest’ultimo anno con l’uomo politico, va la mia solidarietà alla persona che oggi è messa all’angolo da uno straripante Pd con l’illusione di nascondere la polvere sotto il tappeto. La polvere non solo delle eventuali responsabilità penali di quegli attori pubblici e privati coinvolti nelle indagini della Procura di Firenze, ma anche la polvere di una concezione di governo che in Italia l’ha sempre fatta da padrone e che pure in questi giorni torna prepotentemente alla ribalta con la corsa a legiferare inasprimenti di pene.

Siamo pieni di norme anticorruzione, commissari ad hoc, commissioni antimafia, regolamenti, codici etici, procedure di segnalazione o, addirittura, di delazione legittimata all’interno della pubblica amministrazione. Il Comune di Milano ha esempi da offrire in questo senso. Eppure gli scandali aumentano. Quando l’approccio di chi amministra è sempre il sospetto, quando ogni proposta di governo è guidata dall’idea che l’iniziativa del cittadino, singolo o associato, è una potenziale minaccia da contenere, si creano solo le condizioni per eludere la selva di norme, lacci e vessazioni. Non è un caso che già Tacito negli Annales scriveva “Corruptissima re publica, plurimae leges”. E’ quello che emerge ogni volta che anche in commissione Antimafia affrontiamo il tema della diffusione della criminalità in città, quando cioè le interviste ai commercianti denunciano le vessazioni delle pubbliche amministrazioni come una delle prime ragioni per cui chi è titolare di un’attività economica è tentato di rivolgersi alle organizzazioni malavitose. E’ quello che è emerso quando il gip Gennari durante la sua audizione spiegò il proliferare delle società cartiere con la finalità di produrre false fatture per abbattere l’utile di un’impresa e ridurre così la tassazione.

A fronte di chi sostiene la tesi di una quasi anomalia antropologica degli italiani, tutti “furbi e corrotti”, credo che la politica e i partiti dovrebbero ragionare su questo nodo invece di affrettarsi a tirare un sospiro di sollievo per le dimissioni di Lupi dal governo. Al di là delle indagini che è bene facciano il loro corso, dalle quali Lupi è estraneo e che dovrebbero indurre tutti ad astenersi da giudizi e valutazioni di merito avventati, la politica locale e nazionale dovrebbe riflettere proprio sul modo di concepire la gestione della cosa pubblica: se i cittadini sono antropologicamente ladri, non ci saranno mai abbastanza norme e regole per frenare corruzione e malaffare. Se invece le iniziative dei singoli e degli associati sono potenzialmente buone e utili, chi amministra si limiterà a controllare regolarità e qualità di imprese e servizi. E a sanzionare duramente eventuali abusi o infrazioni. Il confronto politico deve avvenire su questo fronte, non su questioni morali di berlingueriana memoria e strumentalmente agitate ad arte.

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