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Un Patto per Expo 2015. E più lavoro

Dopo l’accordo siglato il 23 luglio tra la società Expo 2015 e i sindacati per 800 nuovi posti di lavoro per i giovani (da contratti a tempo determinato, a quelli d’apprendistato, fino ai tirocini e stage), ora si sta discutendo su un tipo di contratto ex novo, valido su tutto il territorio nazionale ma legato solamente all’esposizione universale di Milano. Ne stanno discutendo le parti sociali, col fine di arrivare a formulare una proposta al governo entro il 15 settembre. Si tratta di iniziative significative, perché colgono l’opportunità costituita da Expo 2015, interpretato come volano per la ripresa e lo sviluppo.

Mentre l’ad della società, Giuseppe Sala, firmava l’accordo insieme ai sindacati, il Comune stava a guardare. Per carità, era presente l’Assessore allo Sviluppo economico, Cristina Tajani. Il Sindaco ha rilasciato dichiarazioni che salutavano positivamente l’intesa. Giusto. Bene. Ma sempre a guardare stavano. Le parti sociali e le imprese stanno cominciando a capire il valore dell’appuntamento del 2015 e, in modo assolutamente sussidiario, si muovono e stipulano accordi tra loro. È il Comune, in particolare la Giunta, che sembra non aver colto il messaggio. Impegnata com’è a lagnarsi per i tagli da Roma e ad attenersi al rigore che la crisi delle finanze pubbliche impone.

Eppure Milano è la città del Patto per il Lavoro, stipulato nel 2000 dalla Giunta Albertini ed elaborato niente meno che da Marco Biagi. Quella fu la palestra per la riforma del mercato del lavoro che è seguita nel 2003. Certo, ha introdotto i contratti flessibili, cioè – secondo alcuni – la precarietà. Tuttavia creò qualcosa come 3 milioni di posti di lavoro, fino all’inizio dell’attuale crisi che, non dimentichiamoci, è mondiale. E non “berlusconiana”. A parte l’excursus storico, quello che voglio dire è che la nostra città ha un patrimonio di esperienza di buona amministrazione che dovrebbe essere riscoperta proprio in questo momento di crisi. Perché la Giunta non riprende quel modello e, sempre in vista di Expo, non promuove un accordo territoriale valido per tutto il periodo della durata dell’evento e non solo per la singola società che lo gestisce? Perché il Sindaco, forte della sua ascendenza verso un noto sindacato “antagonista”, non facilita un accordo in deroga ai rispettivi contratti nazionali in modo da salvaguardare e favorire l’occupazione? Perché Pisapia, nei suoi frequenti viaggi romani in cui va a lamentarsi dei tagli col governo, non chiede per Milano una deroga all’articolo 2103 del Codice Civile, per cui un datore di lavoro se “sposta” un proprio collaboratore deve affidargli solo «mansioni equivalenti»? Quante aziende, a causa della crisi, sono costrette a ristrutturarsi? Tante, magari, preferirebbero indirizzare i propri dipendenti ad altre attività più funzionali anziché licenziarli. Alcune attività sono “tagliabili”, ma non per forza il personale addetto. E tutto ciò va a vantaggio della produttività dell’azienda che, invece di chiudere, può vedere una prospettiva di ripresa. Inoltre, se – come si legge dai giornali di questi giorni – l’Imu sui capannoni potrà rimanere interamente in mano ai Comuni (e non sarà più compartecipata dallo Stato), a Milano si potrebbe decidere di giocare sulla leve fiscale per favorire ancora una volta l’occupazione o sviluppare servizi di “secondo welfare”, con significativa e parallela diminuzione della spesa corrente sul versante delle politiche sociali.

Tutto questo si potrebbe fare. A Milano. Se ci fosse una Giunta con uno straccio di visione prospettica.

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