Il dietro front del sedicenne che era riuscito a uscire dal locale in fiamme non ha una motivazione chiara ma apre uno squarcio di altissima umanità nel buio di una tragedia incomprensibile.
di Matteo Forte, Avvenire – ed. Milano di giovedì 8 gennaio 2026.
Nell’inferno del Constellation, con le fiamme che hanno consumato così tante vite e i fumi che hanno tolto il respiro, sembra che una luce diversa da quella del fuoco abbia fatto irruzione nelle tenebre di morte che si sono inghiottite tanti ragazzi a poche ore dalla prima alba del nuovo anno: è la luce del vero amore che ha introdotto Gesù nella storia. “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici”: questa frase del Vangelo sembra descrivere gli ultimi istanti di vita di Achille Barosi. Chissà se lui ha pensato a questo quando, una volta messosi in salvo, ha deciso di rientrare nel locale, forse, per aiutare i suoi amici che invece erano rimasti intrappolati. Non lo sappiamo. Sappiamo solo che lui era al sicuro, poi ha deciso di tornare indietro. La mamma di Achille ha scritto alla nostra scuola: “l’amore deve trionfare”. Questa semplice frase, che in simili circostanze non possiamo certo interpretare quale mieloso sentimentalismo, dice dell’educazione che Achille ha ricevuto in casa e negli istituti che i genitori hanno scelto per lui. E dice qualcosa anche degli ultimi istanti della sua vita. Forse l’aria respirata da Achille in casa e a scuola ci dice che in modo misterioso altre parole, proprio quelle di Gesù nel Vangelo, hanno attecchito nel suo cuore. Non lo hanno lasciato nella pur legittima tranquillità di aver trovato per sé stesso la salvezza dalle fiamme, che nel frattempo avvolgevano i suoi amici. Del resto, anche uno di loro, Giuseppe Giola, ora al Niguarda, ha avvertito le famiglie di tutti per cercare aiuto prima che la notizia circolasse e arrivassero i soccorsi. Questi ragazzi hanno capito che non ci si salva da soli. Sembra che con Achille abbiano capito una cosa in più: chi ama davvero non si tiene la vita per sé, ma la dona per gli altri. Noi non sappiamo cosa ha mosso il sedicenne. Sappiamo però che non ha custodito gelosamente la propria esistenza, ma si è probabilmente speso per gli altri. E sappiamo che non c’è amore più grande di questo, come ricordano le braccia aperte del crocifisso sui muri delle nostre aule.
Nel mezzo delle fiamme in cui sfuma ogni promessa, che le vacanze avevano suscitato in noi prima del triste epilogo, scopriamo che non tutto è perduto. Infatti, il sacrificio di chi non si accontenta di aver salva la sua vita, ma rientra, tra le fiamme, per aiutare gli amici, dà senso ad una serata che ha costretto tutti a chiederci, quasi sfibrati dalle già troppe notizie di guerre e attentati: “perché anche questa?”.
Non sappiamo cosa sia passato per la testa di Achille, ma sappiamo che quel che seminiamo porta spesso a frutti impensati nei nostri giovani. Fino alla luce che ha squarciato la coltre densa di fumo nella notte di Crans. Ma non è stato il bagliore delle fiamme. È stata la luce del vero Amore: il dono gratuito di sé. E chi riprende la scuola in questi giorni può vedere rischiarate le giornate dalla luce di quell’Amore a cui Achille pare aver preso parte. L’Amore di cui quello celebrato nella letteratura che spieghiamo, raffigurato nell’arte che illustriamo, cercato dagli scienziati che indagano con passione le meraviglie del cosmo infinito come dei più piccoli esseri viventi, o quello provato dal ragazzino per la compagna di classe, non sono che un pallido riflesso. Non sappiamo cosa ha mosso Achille. Ma sappiamo con Bonaventura, tra gli autori più colpevolmente sacrificati nei nostri licei, che “muove massimamente ciò che più amiamo, e amiamo massimamente ciò che rende felici”.