Ringraziamenti e accuse di un consigliere comunale incarcerato (e ora assolto) nell’inchiesta milanese “Mensa dei poveri”
di Pietro Tatarella, su Tempi, anno 32, n. 2, febbraio 2026.
La Corte d’Appello di Milano ha confermato l’assoluzione per Pietro Tatarella, ex consigliere comunale, arrestato nel 2019 nell’ambito dell’inchiesta “Mensa dei poveri” per la quale subì 46 giorni d’isolamento, quattro mesi di carcere e due mesi ai domiciliari. Il suo nome finì sulle prime pagine dei quotidiani nazionali che diedero ampio risalto alle accuse di finanziamento illecito, corruzione e associazione per delinquere con sospetti contatti con la ‘ndrangheta. Qui di seguito riproduciamo quanto scritto da Tatarella sui social dopo la sentenza di assoluzione. Tra le persone citate, c’è anche il fondatore di Tempi Luigi Amicone, che in quei giorni si spese in prima persona in difesa dell’amico e collega di partito.
Da quel 7 maggio 2019 sono passati quasi 7 anni. Non ho mai detto una parola ma è arrivato il momento di dover dire alcune cose. La foto sotto mi è stata scattata in Tribunale [l’immagine compare sui social di Tatarella, ndr] dove gli agenti di scorta hanno aperto la porta consapevoli che fuori ci fossero i fotografi appostati. Se guardate bene oltre alle manette c’è una catena con un lucchetto, ma io non sono Ilaria Salis e non ero in Ungheria, ma nella democratica Italia che in quei mesi aveva il grillino Bonafede ministro della Giustizia. Era da poco stata votata la legge spazzacorrotti e tutti i grillini erano in tv e sul web ad applaudire il mio arresto.
Avrei da scrivere pagine e pagine, ma ci vorrebbe un libro e non un post. Voglio però solo dire alcune cose che sento in cuore di dover condividere. Un grazie ad Alessandro Giungi, Pietro Bussolati, Fabio Pizzul, Elisabetta Strada, Mirko Mazzali e Ada Lucia De Cesaris perché hanno dimostrato con i fatti la loro vicinanza pur da schieramenti opposti. Ringrazio Andrea Ruggieri e Marco Osnato che sono stati gli unici deputati a venire a vedere le condizioni delle carceri in cui sono stato, oltre che per non avermi mai lasciato solo.
Il mio amico Luigi Amicone che mi ha difeso anche quando era difficile farlo e il Corriere della Sera lo ha perculato con un articolo con tanto di foto. Sul Corriere e su molti giornalisti non dico nulla perché sarei offensivo, ringrazio però Fabio Massa e Adriana Santacroce che sono stati gli unici giornalisti a scrivermi semplicemente per chiedermi come stavo.
Poi ci sono tanti ex colleghi che ho sentito in questi anni e non cito per evitare di dimenticare qualcuno. Cito solo Matteo Forte perché si alzò in Consiglio comunale per chiedere conto al sindaco Beppe Sala della costituzione di parte civile da parte del Comune di Milano nei miei confronti. L’avvocatura comunale ha chiesto centinaia di migliaia di euro di danni. Dal sindaco in questi anni, ma soprattutto oggi, nemmeno una telefonata. Sì, una telefonata me la sarei aspettata perché durante i mesi del suo processo non usai mai l’inchiesta e la sua condanna per attaccarlo. Ma si sa che signori si nasce e forse ero abituato bene perché il suo predecessore, Giuliano Pisapia, seppur nelle diversità, signore lo era per davvero.
Il servizio show di “Report” I pensieri in testa corrono veloci, ma non voglio annoiarvi. Ringrazio le 996 persone che mi hanno votato alle elezioni europee anche se mi trovavo in carcere e nonostante la commissione antimafia del Parlamento mi dichiarò, insieme a Silvio Berlusconi, un impresentabile.
Grazie dal profondo del mio cuore.
Per chiudere vorrei dire qualcosa a Sigfrido Ranucci e ai suoi colleghi di Report. Sì, le bombe fanno paura e spaventano, ma anche le parole. Mi avete dedicato un servizio intero su Report quando le indagini non erano nemmeno chiuse senza pensare che fuori c’era una famiglia e un bambino che il giorno dopo doveva andare a scuola con il peso di un papà dipinto come corrotto e amico dei mafiosi. Non è giornalismo d’inchiesta, ma avanspettacolo. Questo è quanto mi sentivo di dover dire.