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Cosa ci serve a 20 anni da Mani pulite

Oggi sono 20 anni dallo scoppio di Mani pulite. Con l’arresto avvenuto a Milano il 17 febbraio del 1992 di Mario Chiesa, allora dirigente del Pio Albergo Trivulzio, si aprì la stagione di Tangentopoli che segnò il crollo della Prima Repubblica. Molti commentatori e politici hanno preso a pretesto la relazione del Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, pronunciata ieri in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, per affermare che in questi venti anni non è cambiato niente e bisogna fare di più dal punto di vista repressivo e punitivo. Insomma, ci vorrebbero più bagni di purificazione nelle acque del giustizialismo.

Effettivamente Giampaolino ha ricordato «una panoramica esaustiva dei comportamenti idonei ad arrecare un danno alle finanze pubbliche: dalla corruzione ai comportamenti dannosi posti in essere nell’esercizio dell’attività sanitaria; dall’errata gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti all’illecita percezione di contributi pubblici o comunitari; dal gravemente colposo utilizzo di strumenti derivati o simili prodotti finanziari ai danni connessi alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica; dalla responsabilità per danni connessi alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ai pregiudizi erariali conseguenti ad errori nella gestione del servizio di riscossione dei tributi». E questi sono dati incontestabili, che non si possono certo nascondere.

Tuttavia c’è una precisazione significativa che i commenti di oggi tralasciano, ma che merita una sottolineatura: «Si tratta di una lunga e, si potrebbe dire, ben triste teoria di casi e vicende, qui segnalate solo in parte e per categorie generali, che serve non tanto per tracciare una mappatura dell’illegalità, della corruzione o del malaffare (fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese e le cui dimensioni, presumibilmente, sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce) ma, quel che più interessa, ad effettuare una ricognizione degli episodi più ricorrenti di gestione delle risorse pubbliche inadeguata, perché inefficace, inefficiente, diseconomica».

La lettura di Giampaolino è degna di nota, perché non riconduce la discussione nella ristretta categoria della “questione morale”, viziata da un punto di vista politico (la agitò per primo Berlinguer contro Dc e Psi nella celebre intervista a Scalfari del 1981). Giampaolino non traccia una mappa degli antropologicamente buoni e cattivi, nella speranza che la via giudiziaria premi i meritevoli e castighi i colpevoli. L’accento di Giampaolino è invece sulla cultura amministrativa e, quindi, sulla necessità di una gestione delle risorse pubbliche – cioè dei soldi dei contribuenti – adeguata e responsabile, non allegra, né tanto meno clientelare. Ma tutto ciò deriva da una concezione che si deve avere del potere: meno statalismo e meno burocrazia, più risparmio e più libertà per soggetti non pubblici di erogare servizi di qualità ai cittadini, dentro un sistema di controllo e valutazione. Per questo l’altro passaggio molto interessante di Giampaolino (e che nessun commentatore si preoccuperà di riportare) è quando il Presidente della Corte dei Conti afferma: «in Italia, mentre grande attenzione è riservata alle proiezioni e alla stima degli effetti attesi dai principali provvedimenti, sono, invece, carenti le misurazioni e le valutazioni ex post circa l’impatto che le politiche pubbliche esercitano sulla dinamica delle entrate e delle spese; cosicché v’è una quasi totale mancanza di documenti e di studi dedicati a verificare a posteriori se, quanto e come abbiano in realtà funzionato gli strumenti impiegati per migliorare il coordinamento della finanza pubblica e la qualità della spesa».

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