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Fine del fine vita in Lombardia. La maggioranza affossa la legge (con voto segreto)

di Francesco Crippa, su HuffingtonPost.it di martedì 19 novembre 2024.

La destra lombarda dice “No” al fine vita. Con 45 voti favorevoli e 34 contrari è stata approvata oggi la pregiudiziale di costituzionalità posta dalla maggioranza sulla proposta di legge di iniziativa popolare presentata dall’associazione Luca Coscioni in materia di “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale”. L’iter legislativo, iniziato lo scorso gennaio, si interrompe. A nulla sono
serviti i franchi tiratori, almeno quattro, arruolati tra le fila della maggioranza.

Le opposizioni erano riuscite a strappare il voto segreto per permettere ai colleghi di votare secondo coscienza, ma non è bastato. In Consiglio regionale le minoranze contano 30 seggi, ma secondo voci
di corridoio Manfredi Palmeri di Lombardia migliore (la lista che sosteneva Letizia Moratti) avrebbe votato a favore della pregiudiziale. I franchi tiratori, dunque, sarebbero cinque, tra cui Giulio Gallera di Forza Italia. L’ex assessore alla Sanità non ha mai nascosto il suo essere a favore della legge e già a fine ottobre aveva annunciato che oggi avrebbe votato con le opposizioni.

“Abbiamo fatto il possibile”, commenta con HuffPost Carmela Rozza, relatrice di minoranza del Partito democratico. “Il tema vero è che si sono nascosti dietro la pregiudiziale di costituzionalità, ma è un cavillo strumentale che ha evitato la discussione di merito”, affonda. “Dicono che è incostituzionale che si faccia una legge sui principi del fine vita, ma questa legge non avrebbe definito quelli ma dato attuazione a una sentenza della Consulta”. Esito “prevedibile”, il giudizio di Gallera, che ha tenuto fede alla parola data e ha votato contro. “La maggioranza si è trincerata dietro la questione di costituzionalità su indicazione dei gruppi consiliari, ma forse in Consiglio ci sarebbe state più possibilità di approvare la legge”. A spingere a favore della pregiudiziale era stato, nei mesi scorsi, il consigliere di Fratelli d’Italia e
presidente della commissione Affari costituzionali Matteo Forte. “Questa è la posizione che abbiamo sempre espresso: non è una materia di nostra competenza”, afferma. “Sul fatto della discussione di merito rigetto fortemente questo punto, perché abbiamo fatto 43 audizioni e abbiamo approfondito in lungo e in largo il testo, anche per rispetto agli oltre 8mila sottoscrittori della legge. E proprio grazie a questa analisi ci siamo persuasi sempre di più che non era nostra competenza”.

A pesare, però, è stata anche la volontà di non abbracciare una legge invisa a un governo espressione della stessa maggioranza. Questo nonostante il presidente della Lombardia Attilio Fontana si fosse fatto sponsor della discussione in Aula. Lo stesso Fontana potrebbe aver votato contro la pregiudiziale perché “favorevole alla libera scelta”, come aveva dichiarato ad HuffPost il suo portavoce Paolo
Sensale.

La proposta di legge presentata da Marco Cappato e Cristina Zerosi, tesoriere e coordinatrice milanese dell’associazione Luca Coscioni, partiva dalla sentenza 242/2019 della Consulta, la quale riconosce l’illegittimità costituzionale della punibilità di chi agevola il “proposito, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella trova intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Al momento, non esiste un testo che regoli la possibilità di accedere al fine vita – sebbene i casi aumentino, due giorni fa il decimo –, ma una norma c’è. Non scritta, solo verbale: un cittadino può rivolgersi alla Asst, che ha tre mesi per valutare la situazione clinica. Se cure palliative e terapia del dolore sono state garantite e se ci sono tutti gli altri requisiti previsti, il paziente rientra nei casi in cui chi lo aiuta a compiere il suicidio assistito non commette reato e può quindi accedere a un percorso di questo tipo. Le modalità di attuazione, però, non sono spiegate. È proprio questo vuoto normativo che la legge avrebbe riempito, tutelando non solo i cittadini ma anche i
professionisti sanitari contro a possibili ricorsi da parte di familiari di pazienti che hanno ottenuto l’accesso al fine vita.

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