Interrogazione dei consiglieri di Fratelli d’Italia dopo il primo suicidio assistito con il supporto della Regione. E una associazione chiede alla magistratura di verificare se sono state rispettate le prescrizioni della Consulta.
di Francesco Ognibene Anastasio, Avvenire Milano – martedì 8 settembre 2026.
Un’interrogazione all’assessore al Welfare e un esposto in Procura. Non era difficile immaginare che lo scenario politico lombardo dopo la legge approvata in Veneto si sarebbe rimesso in movimento sulle scelte di fine vita: la maggioranza di centrodestra infatti è la stessa, così come le tensioni che la attraversano. A Venezia, Lega e Forza Italia hanno votato quasi compattamente per la legge (insieme al centrosinistra), contraddicendo la linea nazionale che vede il centrodestra non certo ansioso di varare una norma che recepisca le eccezioni della Corte costituzionale al reato penale di aiuto al suicidio. La spaccatura con Fratelli d’Italia, in Veneto schierato per il no, è stata clamorosa, col partito della premier rimasto isolato a opporsi a una norma sulla quale anche la Chiesa e l’associazionismo cattolico veneti hanno espresso argomentate riserve. Una vicenda che potrebbe ripetersi a Milano?
Lo lascia immaginare l’attivismo del “centrodestra per il sì” in altre Regioni: in Puglia Fl e Lega hanno appena depositato un progetto di legge, proposto anche in Sicilia ma dai soli forzisti. In questione è la forma della risposta che le Regioni – competenti sulla Sanità – devono offrire a chi soffre per una malattia inguaribile: cure o anche aiuto al suicidio?
Questione sulla quale Pierfrancesco Majorino, capogruppo Pd in Regione a Milano, non ha dubbi: «Porteremo in Aula in Lombardia la legge del Veneto. È stata approvata in una Regione governata dalla destra, la riproponiamo qui e ci auguriamo che si superino gli steccati e si possa dialogare costruttivamente».
In Lombardia la morte per suicidio assistito il 25 agosto di Domenico Zuccarella, 59enne affetto da Sclerosi multipla, a cura della sanità pubblica ha lasciato il segno. E la vicenda veneta, andata in scena pochi giorni dopo, ha fatto da detonatore. A mettere in agitazione ieri Palazzo Lombardia è stata infatti l’interrogazione all’assessore al Welfare Guido Bertolaso dei consiglieri di FdI Matteo Forte, Giacomo Zamperini, Chiara Valcepina, Maira Cacucci, Marco Bestetti, Patrizia Baffi e Claudio Mangiarotti che chiedono se la procedura che ha portato alla morte di Zuccarella «abbia effettivamente favorito l’avvio dell’auto-infusione del farmaco letale da parte di una persona affetta da una grave atrofia muscolare tale per cui non era in grado di muovere un solo arto in autonomia». In questione è «il fatto che il giuramento professionale e il Codice di Deontologia medica fanno della continuità della cura e del non abbandono del malato principi cardini del sistema sanitario, per i quali sarebbe contraddittorio allontanarsi proprio nell’ultimo istante di vita del paziente per lasciarlo isolato alla mercé delle sue ultime forze». Spiega Forte: «il punto è documentare nel caso concreto come stiano insieme la totale autonomia del malato grave nell’auto-somministrarsi il farmaco letale (condizione fondamentale per parlare di suicidio assistito e non di omicidio del consenziente) e la deontologia medica, che vorrebbe che nel momento massimo di fragilità e sofferenza il personale stia accanto alla persona malata cercando di alleviarle il dolore».
E proprio su questo punto insiste l’esposto dell’associazione Viva la Vita Italia, presieduta da Giacomo Gigliotti, malato di Sla dal 2012, alla Procura di Busto Arsizio «con richiesta di accertamenti sulla morte» di Zuccarella: non si vuole «mettere in discussione la scelta personale della persona interessata – precisa l’associazione – né attribuire preventivamente responsabilità a medici, operatori sanitari, dirigenti o istituzioni. La richiesta è quella di una verifica indipendente sulle modalità con cui la procedura è stata organizzata e attuata». La questione è sempre più chiara: che risposta va data ai malati?