Il governatore invita il suo Consiglio a valutare la proposta di legge di Cappatto senza preclusioni, ripercorrendo così le orme del collega Zaia in Veneto. Finirà allo stesso modo ossia con un voto contrario? Lo sapremo a fine anno.
di Francesco Crippa, su L’HuffingtonPost del 24 settembre 2024.
Qualcosa si muove. In Regione Lombardia, il cammino di un intervento normativo sul fine vita procede, anche se a rilento. A dare nuovo impulso al processo è stato il presidente Attilio Fontana, che ieri ha ribadito una posizione già chiara da tempo: parliamone, senza alzare barricate ideologiche. La mossa del governatore, che ieri ha incontrato Marco Cappato e Cristina Zerosi, tesoriere e coordinatrice milanese dell’associazione Luca Coscioni e promotori di una legge regionale sul tema, ha però preso di sorpresa gli alleati, in particolare Fratelli d’Italia, che già la scorsa settimana aveva rimesso ogni responsabilità in materia allo Stato. In ogni caso, almeno per ora non filtra aria di strappo nella maggioranza insediata al Pirellone e la posizione dello stesso Fontana è personale. Il presidente, che “è un liberale, per cui è favorevole alla libera scelta” come sottolinea il suo portavoce Paolo Sensale, non ha ancora dato pubblico appoggio alla proposta, forse per evitare di vedersi poi sconfessato dal Consiglio in caso di voto come successo in Veneto a Luca Zaia.
L’iter, comunque, è lungo: al momento, una proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’associazione Luca Coscioni è allo studio delle commissioni Affari costituzionali e Sanità. L’esame dovrà concludersi entro la fine di novembre. Poi, se approvato, si passerà al voto in Aula. A tal proposito, la Lega, partito del presidente, non ha una posizione ufficiale. Oggi, al Consiglio federale del Carroccio il segretario Matteo Salvini, che pure nei mesi scorsi si era dichiarato contrario alla analoga legge discussa in Veneto, ha ribadito che non ci saranno indicazioni dall’alto: i consiglieri lombardi saranno liberi di votare secondo coscienza.
Ieri, dunque, il governatore ha incontrato Cappato e Zerosi. Un faccia a faccia, ha dichiarato Fontana in una nota, “finalizzato in modo particolare a identificare con precisione le prescrizioni dettate dalla Corte costituzionale in materia, per salvaguardare da un lato il diritto del singolo cittadino e, dall’altro, garantire al personale sanitario la legittimità e la certezza dei comportamenti da assumere. Confido, dunque, che nell’esame del provvedimento, l’Aula focalizzi la propria attenzione su questo aspetto”. Il riferimento alla Consulta riguarda la sentenza 242 del 2019, con la quale è stata riconosciuta l’illegittimità costituzionale della punibilità di chi agevola il “proposito, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella trova intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.
In questo quadro, Fontana “ha solo preso atto della discussione, invitando a un approccio oggettivo e di coscienza”, commenta con Huffpost Giacomo Cosentino, vicepresidente del Consiglio regionale e capogruppo di Lombardia ideale-Fontana presidente. “Noi partiamo dal diritto alla vita, ma – chiarisce Cosentino – essendo un tema etico, in caso di voto in Aula non ci sarà un ordine di scuderia” e sarà lasciata libertà ai singoli consiglieri di votare secondo coscienza.
Lo stesso varrà, probabilmente, anche per Fratelli d’Italia, che comunque è fermamente contrario al suicidio assistito. I motivi dell’opposizione, oltre che valoriali, sono di carattere tecnico e “giurisprudenziale”. Da un lato, viene contestata la legittimità della Regione a intervenire su questo tema, dall’altro viene data un’interpretazione diversa della sentenza della Consulta.
Andiamo con ordine. “Nel caso del fine vita – spiega all’Huffpost Matteo Forte, FdI e presidente della commissione Affari costituzionali – si parla di un diritto fondamentale su cui la Regione non può intervenire e questo è lo stesso motivo per cui la Consulta, con presidente Giuliano Amato, nel 2022 ha bocciato il referendum sull’eutanasia”. Un modo, questo, di “buttare la palla in tribuna senza assumersi responsabilità”, la risposta della consigliera del Partito democratico Carmela Rozza.
Ma la discussione più forte è sull’interpretazione da dare alla sentenza 242 del 2019. Al momento, la pronuncia della Consulta ha dato vita a una procedura che però finisce nel vuoto. Non scritta da nessuna parte, è stata presentata ieri in audizione alle due commissioni competenti. In sostanza, un cittadino può rivolgersi alla Asst, la quale ha 90 giorni per valutare la situazione clinica. Se sono state garantite cure palliative e terapia del dolore (requisito fondamentale che se non è stato rispettato viene proposto) e se ci sono tutti gli altri requisiti previsti, il paziente rientra nei casi in cui chi lo aiuta a compiere il suicidio assistito non commette reato ed è teoricamente in diritto di accedere a un percorso di fine vita. Come, dove, quando e con l’aiuto di chi, però, non viene detto.
La legge promossa da Cappato, “Procedure e tempi per l’assistenza regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale”, mira proprio a intervenire per colmare questo vuoto, prevedendo all’articolo 3, comma 5 che “Le aziende sanitarie regionali forniscono il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza medica per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato presso una struttura ospedaliera, l’hospice o, se richiesto, il proprio domicilio”.
Che ci sia un vuoto normativo, non lo hanno ravvisato solo i promotori della legge, ma anche lo stesso Fontana, come confermato all’Huffpost da chi è vicino a lui. Un’interpretazione del diritto respinta da FdI. Dice ancora Forte. “La sentenza della Corte costituzionale non fissa alcun diritto al suicidio assistito, ma depenalizza il reato di chi aiuta a compiere l’atto materiale. Quindi non esiste un diritto all’erogazione del suicidio assistito né, tantomeno, un diritto da erogare. È vero che la Consulta, rifacendosi alla legge che permette di rifiutare le cure riconosce, che si è liberi di ‘lasciarsi morire”: questa è una libertà che non viene ostacolata, ma da qui a trasformarla in diritto ce ne passa”.
La partita è aperta. In Veneto, una legge analoga ha superato lo scoglio delle commissioni ed era arrivata in Aula, per cui è verosimile che accada lo stesso in Lombardia. Al netto delle inclinazioni personali dei singoli consiglieri, lo scontro nella maggioranza, ora latente, potrebbe deflagrare.