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I limiti della democrazia liberale e il ruolo decisivo delle minoranze cristiane

L’aborto, la guerra, l’Occidente, la Russia. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale, i suoi nemici interni ed esterni, e il pericolo dell’individualismo radicale

di Matteo Forte 05/07/2022 – da Tempi.it

La Corte suprema americana non ha cancellato l’aborto con un tratto di penna. Né avrebbe potuto. Tuttavia nella distinzione tutta liberale per cui il potere non è concentrato in un unico blocco ma diviso, ha rimandato la questione al legittimo dibattito dei rappresentanti dei cittadini eletti per legiferare nei singoli Stati americani in un senso o nell’altro, poiché quello all’aborto non è un “diritto” federale costituzionalmente garantito. Che l’Occidente oggi sia tutto relativismo e gay pride, per dirla con Kirill, non coincide dunque con il fatto che il suo è un sistema liberale. Semmai tutte queste cose (anche per l’imporsi di nuovi diritti e istituti per via giudiziaria) disfano la democrazia liberale. I veri avversari di quest’ultima paradossalmente sono interni, non esterni. Sono quanti si definiscono, verrebbe da dire “impropriamente”, liberali.

I populisti sostenitori della democrazia illiberale alla Orban e i protettori del Ruskij Mir (Mondo russo), disposti a sostenere “operazioni speciali militari” per impedire l’espansione della cultura occidentale corrotta, condividono con le élite europee e americane l’idea che il cristianesimo sia estraneo allo stratificarsi nel tempo di conquiste e convinzioni che hanno portato ad una società libera. Come nelle operazioni matematiche, anche in questo ambito cambiando l’ordine dei fattori il prodotto risulta sempre lo stesso: per tutti, infatti, dai vertici del patriarcato di Mosca ai relatori chiamati annualmente a Davos, fino agli attivisti Lgbtq+ e a quelli “pro choice”, la fede cristiana non può concordare con la libertà.

Un nemico invisibile e impersonale
L’aggressione di Putin all’Ucraina ha riproposto la teoria di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà con la guerra di faglia su quel confine orientale dove slavofilisti, occidentalisti, ortodossi fedeli a Mosca e autocefali benedetti da Costantinopoli si scontravano da secoli e che solo il pesante stivale sovietico aveva apparentemente schiacciato. Già la pandemia propagatasi dalla Cina ci aveva fatto intuire che anche la globalizzazione, con il suo portato di delocalizzazione della produzione (per esempio dei dispositivi di protezione sanitaria) e di filiere globali (per le quali se viene meno lo sforzo di un’area del mondo salta tutto), non avrebbe più potuto essere quella conosciuta fino al 2020.

Non che segnali di scontri di civiltà e le criticità della globalizzazione non si fossero già intravisti, da un lato con l’avvento del terrorismo islamico l’11 settembre 2001, dall’altro con la solidarietà pelosa dimostrata durante il decennio 2008 – 2018 di crisi economica da taluni governi, più interessati a salvare le proprie banche esposte verso lo Stato greco a rischio default che a farsi carico delle sofferenze di quel popolo. Ma in ognuno di questi casi un nemico invisibile e impersonale, fosse esso una sigla della galassia islamista o l’insostenibilità di un debito pubblico, pareva essere gestibile da organismi sovranazionali legati ad un’economia di mercato quali indiscutibili esiti della fine della Guerra fredda.

La palese contestazione di questo ordine mondiale da parte di due potenze, Russia e Cina, in alternativa al sistema occidentale ci ho condotto al punto in cui siamo: il declino della democrazia liberale. Ma come ha riconosciuto lo stesso Francis Fukuyama, padre della tesi della “fine della storia”, la convinzione secondo la quale dopo il 1989 l’espansione del libero mercato avrebbe automaticamente garantito pace e progresso «non spiega in maniera soddisfacente né il soldato che si getta sulla mina né l’attentatore suicida, né tutta una serie di altri casi in cui quello che risulta essere in gioco è qualcosa di diverso dall’interesse personale materiale» (Identità, Utet, 2019, p. 29).

Individualismo radicale
Tuttavia l’incapacità a spiegare qualcosa di diverso dal mero interesse materiale non è del sistema liberale in sé, quanto di ciò che si è introdotto nel liberalismo contemporaneo per snaturarlo. Per esempio il «nichilismo positivo» di Richard Rorty, per il quale il diritto da parte dei singoli cittadini a veder riconosciuta qualunque prassi sociale prevale su quello delle istituzioni ad una dottrina specifica che pretendesse di ancorare le leggi a princìpi assoluti; o «il velo di ignoranza» di John Rawls, secondo cui dobbiamo mettere tra parentesi le nostre condizioni di partenza (biologiche, sessuali, sociali, culturali, nazionali, identitarie, ecc.) per poter condividere un nuovo contratto sociale nella società mondiale che includa più individui possibili senza alcuna discriminazione all’origine.

Michael Novak, intellettuale cattolico e liberale, già negli anni Novanta stigmatizzò questa «cultura antagonista» con l’espressione «individualismo radicale», perché non vedendo nulla di definitivo oltre ai capricci e ai sentimenti del singolo trasforma in utopia la speranza «che una repubblica basata sull’autogoverno possa continuare a esistere» (L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, Edizioni di Comunità, 1994, p. 211). Si tratta dunque di un tradimento di ciò che nel tempo ha generato il sistema liberale. Simile sistema, che come tutti i sistemi umani non è perfetto né privo di contraddizioni, non è nato in un contesto pre-cristiano o non cristiano. Al contrario, ha potuto svilupparsi proprio all’interno del cristianesimo occidentale. In un contesto in cui il sangue dei martiri ha testimoniato che lo stato non è l’orizzonte ultimo dell’esistenza umana e la pretesa di chi detiene il potere non può essere totalizzante.

Fossero anche uno stato e un potere cristianamente ispirati, come ricordò Ambrogio all’imperatore Teodosio colpevole del massacro di migliaia di civili a Tessalonica. Come qualche secolo più tardi ricorderà Thomas Becket, ucciso mentre celebrava messa nella cattedrale di Canterbury perché restio a sottomettersi alle costituzioni di Clarendon di Enrico Plantegeneto, il cui figlio Giovanni avrebbe poi promulgato la Magna Charta libertatum. Con quello storico documento nel 1215 si ponevano limiti alla tassazione e agli arresti arbitrari della corona attraverso il principio dell’habeas corpus.

Separare spirituale e temporale
Sempre in Inghilterra al Bill of rights del 1689 concesso da Guglielmo d’Orange – e caratterizzato dalla esistenza di forme di limitazione del potere regio grazie al ruolo incisivo del Parlamento – non fu estraneo l’appoggio di Innocenzo XI. Nella sua Storia della Libertà Lord Acton ci ha ricordato infatti che a papa Odescalchi, preoccupato come nessun altro di porre fine alle divisioni confessionali nel continente, risultava odioso l’assolutismo gallicano di Luigi XIV a cui Giacomo Stuart pure si richiamava, preferendo così a quest’ultimo il contendente protestante. A ben vedere la divisione e l’autolimitazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario non è altro che l’approfondirsi di una più radicale separazione: quella del potere spirituale da quello temporale. Questa separazione, che trae origine dal passo evangelico in cui Cristo comanda di dare «a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio», non trova paragoni in nessun’altra civiltà. La concretizzazione di questa originale separazione emerge storicamente in Europa con la lotta tra papato e impero per l’investitura dei vescovi e culmina con il concordato di Worms nel 1122, quando il vertice della Chiesa sottrare al potere secolare e rivendica per sé l’organizzazione interna della struttura ecclesiastica e il governo in materia di fede.

Tutelare gli spazi
Senza questa storia, per quanto costellata di errori, non avremmo lo stato di diritto, con la sua introduzione di meccanismi a vantaggio del cittadino. Senza questa storia non avremmo un sistema di garanzie, di checks and balances a presidio della libertà della persona. Persona che non è una monade, ma un essere costitutivamente in relazione, come suggerisce l’etimologia latina che indica la maschera indossata a teatro e attraverso la quale (per-) risuonavano le battute che giungevano agli uditori.

Del resto, se il singolo fosse una monade non avremmo nemmeno la libertà di riunione e di associazione. Al massimo avremmo le organizzazioni di massa attraverso le quali inquadrare il popolo all’interno del Partito unico, come in Cina. Non avremmo quel fenomeno libero, plurale, spontaneo di soggetti sociali, comunità, minoranze creative che incide culturalmente e può determinare il corso di una vicenda storica, fino a definire caratteri e profilo di una civiltà plurisecolare. Sono sempre più persuaso dunque che il ruolo delle minoranze cristiane in Occidente non è quello di assurgere a “quinta colonna” di una potenza neo-imperiale alle porte d’Europa, e che pretende strumentalmente di difendere con le bombe la tradizione e i valori cristiani. Né d’altra parte può essere quello di chi ritiene di avvicinare la fede al mondo ammiccando alle nuove mode, fraintendendo l’aggettivo liberale e rassegnandosi a che le cose fatalisticamente “stiano così”.

L’impegno delle minoranze cristiane credo che sia quello ben descritto dalla Christifideles laici, allorché ricorda che «in un mondo secolarizzato, le varie forme aggregative possono rappresentare per tanti un aiuto prezioso per una vita cristiana coerente alle esigenze del Vangelo e per un impegno missionario e apostolico» (n. 29). E quello dei laici cristiani con responsabilità pubbliche è di tutelare gli spazi perché questo fenomeno possa liberamente manifestarsi e propagarsi, limitandosi a difendere un mezzo per uno scopo: “come” intervenire sul potere attraverso il “diritto” al fine di rafforzare le prerogative della persona, sia essa singola o associata.

La laica democrazia liberale
È ciò cui richiamano i nove giudici della Corte suprema americana, lasciando una «profonda questione morale» come l’aborto non alla decisione definitiva di togati nominati a vita e non eletti da nessuno, ma al libero dibattito dei cittadini a mezzo dei loro rappresentanti votati, appunto, per legiferare. I giudici americani hanno infatti ribadito che non sono loro stessi il barometro dei cambiamenti della “coscienza sociale”, come ormai intendono il proprio ruolo gran parte delle corti occidentali in attuazione di quella giudiziarizzazione della democrazia che ha caratterizzato i nostri ultimi trent’anni di storia. Corti che finiscono in tal modo per prestare il fianco a gruppi economicamente e mediaticamente attrezzati e consentire loro di bypassare così i parlamenti con la finalità di imporre come legale qualsivoglia prassi soggettiva. L’unico abilitato invece a riflettere le evoluzioni della “coscienza sociale” rimane il maturo dibattito in seno agli organi legislativi, formatisi e legittimati a seguito della libera competizione politico-elettorale.

È ciò cui dovremmo richiamare sia gli attivisti Lgbtq+, i pro choice, che coloro che anche in Occidente si scoprono persuasi dalle parole di Kirill contro i vizi e la corruzione morali, perché ammaliati da un cesaropapismo di ritorno. Il nostro compito nel XXI secolo non sarà quello di ergerci a sentinelle di una cristianità che non c’è più, ma certamente quello di sostenere un modo più adeguato di convivenza che, nella salvaguardia della libertà, renda anche più difficile lo scivolamento verso forme violente di esercizio di potere. La laica democrazia liberale sembra essere ancora oggi quello più adeguato

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