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La lezione delle urne

Elezioni-comunaliRispetto ai dati elettorali emersi dalle urne di domenica 31 maggio, sintetizzerei un giudizio politico nei seguenti punti:

– il Pd interrompe la sua valanga travolgente, ma rimane il primo partito. Non so se ad elezioni nazionali, con un Renzi che attira tutti a sè, produrrebbe un risultato così contenuto. Il segretario/presidente del consiglio ha ancora tanta strada davanti, guai descriverlo come cavallo “zoppo”;

– l’alternativa a Renzi si chiama “direttorio M5S”. Hanno un bel dire coloro che sottolineano che non hanno vinto in nessuna regione. I 5Stelle si confermano secondo partito in Italia e, con un nuovo sistema elettorale che premia le liste e liquida le coalizioni, ad oggi andrebbero al ballottaggio col Pd per contendersi la maggioranza di governo alla Camera;

– proprio per questo motivo il centrodestra non ha nulla da festeggiare. Forza Italia è data in media al 10% e la vittoria di Toti in Liguria (con meno voti dell’intera coalizione a suo sostegno) ne prolunga l’agonia. La Lega non va oltre il 20% e non sfonda. Pensare di ricostruire un’area, partita in origine dalla rivoluzione liberale, intorno a nazionalismi e protezionismi di ritorno non è una fine gloriosa;

– 1 elettore su 2 non si reca alle urne e chi ci va sceglie in un numero significativo opzioni fuori dai partiti tradizionali. Vale nel caso del M5S, ma anche per Zaia, che con la lista civica a suo sostegno ottiene il 24% dei consensi, cioé più della Lega. Sempre in Veneto lo si può dire anche per il 12% di Tosi. In Puglia Schittulli supera l’alleanza anti-Fitto di FI e Salvini;

– la confusione sotto il cielo regna sempre più sovrana, ma sembra profilarsi un bipolarismo che poggia sulle due gambe del sistema e dell’antisitema. E in questa alternativa unica milioni di italiani, me compreso, non trovano rappresentanza.

Da lunedì scorso, poi, si è già aperto il dibattito su Milano 2016. Al di là delle alchimie politiche, penso che un’area metropolitana come la nostra, prima per numero di lavoratori addetti e seconda per numero di imprese, meriti una proposta politica che miri a governarla e non semplicemente a cercare di fare il pieno di voti impostando una campagna elettorale che cavalchi il malcontento generale con lo slogan “Basta euro, crimine contro l’umanità”. Senza scomodare premi nobel dell’economia, qualunque imprenditore sa che il ritorno alla moneta nazionale renderebbe pressoché impossibile importare le materie prime da trasformare, con la conseguenza di chiudere bottega e licenziare i lavoratori. Un’area metropolitana come la nostra, in cui la piccola proprietà è diffusa facendo segnare al territorio una ricchezza media pro-capite di 25mila euro contro quella nazionale di 17, sa benissimo che l’uscita dall’euro implicherebbe il crollo del valore degli immobili, già fortemente penalizzato dalla scriteriata tassazione di questi anni. Un’area metropolitana che conta il 21% di imprenditori stranieri, sa benissimo che chiudere le frontiere e dire “stop immigrazione” è velleitario e controproducente.

Se si sarà in grado di ripartire dai contenuti per costruire un’alternativa, alla sinistra che ha amministrato in questi anni, le alchimie politiche saranno l’ultimo dei problemi. Ed un’alternativa la si può costruire, come dicono bene i risultati di domenica, superando le sigle di partito e aprendosi all’impegno civico di tanti.

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