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«La sinistra si svegli, gli incidenti del 25 aprile non sono solo un problema di ordine pubblico»

Il consigliere lombardo Matteo Forte era a Milano con la Brigata ebraica quando è stata espulsa dal corteo: «Mai visto un tale clima di odio diffuso tra la gente comune. Basta con le ambiguità di Sala e della sua maggioranza».

 

Intervista a M. Forte di Pietro Piccinini, su tempi.it, del 28 aprile 2026

«Sabato ci siamo trovati di fronte a una scena che è quella di Renzo a Milano descritta dal Manzoni ne I promessi sposi: una folla totalmente preda di passioni irrazionali. Renzo si chiedeva: come faranno il pane se distruggono i forni? Qui siamo arrivati al paradosso che per festeggiare la libertà e la democrazia si esclude qualcuno dal corteo del 25 aprile e dal dibattito pubblico». Non ha alcuna intenzione di minimizzare Matteo Forte, consigliere regionale lombardo di Fratelli d’Italia: i fatti che sabato scorso hanno portato all’espulsione della Brigata ebraica dal corteo della festa della Liberazione segnano a suo dire «un salto di qualità». Forte infatti partecipa con la Brigata ebraica ai cortei del 25 aprile dal 2004, da quando ancora non era nemmeno mai stato eletto in Consiglio comunale (lo fa perché «la Brigata è sempre stata una sorta di refugium peccatorum», dice a Tempi, «ha sempre dato spazio cioè a quanti non essendo di sinistra non vogliono rinunciare a festeggiare la Liberazione e la fine di un totalitarismo»), e in oltre vent’anni di contestazioni ne aveva già viste diverse, ma la situazione che si è creata quest’anno ha superato le peggiori aspettative.

Che cosa è successo all’incrocio fra corso Venezia e via Senato?

Davanti a noi avanzava la testa del corteo, circa 4 mila persone con le autorità eccetera. Poi da lì si è staccato un “blocco” che pian piano si è infoltito e che ci impediva di procedere, mentre dietro avevamo 40-50 mila persone che spingevano per passare.

Vi siete trovati incastrati.

Direi circondati: intorno un cordone di volontari dei City Angels, davanti i contestatori e le forze dell’ordine in assetto antisommossa che si sono messe in mezzo per proteggerci. Dietro, la calca. E da ogni parte gente che ci urlava addosso e ci insultava, gridando di tutto, letteralmente di tutto.

Emanuele Fiano, ebreo ed esponente del Partito democratico, dice di aver sentito strillare: «Siete saponette mancate», altri (per esempio Pierfrancesco Majorino, tanto per non fare nomi) sostengono che sia stata la Brigata ebraica a provocare, provando a infilarsi troppo avanti nel corteo ed esibendo bandiere di Israele e degli Stati Uniti e «cartelli pro Trump e Netanyahu».

Ma no, tutte accuse pretestuose. Come si fa ad accusare la Brigata ebraica di provocare con le bandiere israeliane quando lo stemma stesso del gruppo è una Stella di David con le bande azzurre? Immagini di Netanyahu io non ne ho viste, se mai ho visto quelle di Reza Pahlavi, che oggi molti oppositori del regime islamico vorrebbero al potere in Iran, il figlio del deposto scià di Persia che – tra l’altro – nel 1943 ospitò la Conferenza di Teheran in cui Roosevelt, Stalin e Churchill decisero lo sbarco in Normandia. Ma soprattutto c’era lo striscione della Sinistra per Israele, quella che fa capo a Fiano per intenderci, con su scritto “Due popoli, due Stati”.

Nessuna provocazione dalla destra pro Netanyahu?

Ho visto principalmente esponenti della Sinistra per Israele, non certo dei fan di Netanyahu, non certo gente di destra. Dirò di più: mi sono ritrovato accanto a Roberto Cenati, ex presidente dell’Anpi di Milano, uomo illuminato che ha sempre dialogato con tutte le istituzioni, a prescindere dal colore politico dei loro rappresentanti, e che ha sempre difeso la presenza della Brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile, dimettendosi in polemica proprio per la deriva pro Pal dell’associazione. Beh, a un certo punto, quando ci hanno fatto uscire dal corteo in via Senato, l’ho letteralmente sorretto con due braccia perché ho temuto per la sua incolumità, nella calca e sotto il sole. C’erano già stati 15 interventi per soccorrere persone che hanno accusato malori. In quel caos, se fosse accaduto qualcosa, non so se Cenati sarebbe stato risparmiato.

Il caos sembrava organizzato?

Questo è il punto. Secondo me ci siamo trovati di fronte a qualcosa di inedito, come i disordini del 22 settembre in Stazione Centrale in occasione della manifestazione per la pace a Gaza. Mi sembra che la vicenda israelo-palestinese costituisca una valvola di sfogo per tensioni sociali e per una rabbia antisistema che non si devono sottovalutare. Con una differenza: a settembre una marea di giovani delle “seconde generazioni” di immigrati se la sono presa con la polizia; sabato invece i violenti dei Carc e dei centri sociali erano già stati isolati dalle forze dell’ordine, noi eravamo circondati da gente comune. Gente comune che insultava e premeva per espellerci dal corteo. A settembre l’obiettivo erano le divise, sabato chi portava la stella di David in corteo: in entrambi i casi si tratta di rappresentanti di un sistema considerato ingiusto e da eliminare.

Con la Brigata ebraica c’erano anche dissidenti iraniani?

Assolutamente sì, è così da qualche anno. Sventolavano le loro bandiere iraniane, quelle con il leone al centro.

Anche loro sono stati accusati di provocare con le bandiere degli Stati Uniti.

Non so dove fossero tutte queste bandiere americane. Non mi pare di averne vista più di una. Tra l’altro fa ridere chi dice che gli Stati Uniti non c’entrano niente con la Liberazione dal nazifascismo.

C’erano davvero cartelli che ringraziavano Trump?

Anche se così fosse, mi sembra tutto un cercare pretesti. Il problema non è ovviamente il singolo cartello, su cui io stesso posso discutere. Il problema è proprio che è stata sequestrata la Liberazione da un antifascismo settario e antistorico, e tutti quelli che non rientrano nel campo ideologico dei sequestratori vengono relegati nella sfera dei nemici e dei nuovi fascisti.

A maggior ragione colpisce che i contestatori non fossero i “soliti noti” gruppi organizzati, ma gente comune.

Esatto, siamo davanti a un salto di qualità, una radicalizzazione che non è solo islamica. Certo, c’erano anche bandiere dell’Iran degli ayatollah, ma siamo di fronte al saldarsi di componenti diverse tra loro: assistiamo a una generale radicalizzazione in cui l’islamismo poi si infila e si rafforza. Un fenomeno nuovo e preoccupante, che attecchisce sul quel terreno dell’odio di ciò che siamo diventati dopo il 1945 e dell’odio di sé tipico delle odierne società occidentali, arrivando a determinare un brutto clima diffuso tra la gente comune, come si è visto. Mi ha colpito che tanti commenti astiosi sui social contro la presenza della Brigata ebraica e dei dissidenti iraniani siano di professionisti, architetti, gente per bene, persone comuni appunto, mica solo dei centri sociali.

Un pezzo della sinistra dichiara apertamente che c’è un problema di ambiguità della sinistra stessa.

Certo che c’è. Non si può pensare di scaricare su polizia e carabinieri la gestione di un problema che non è semplicemente di ordine pubblico, ma innanzitutto politico-culturale, e riguarda proprio la sinistra. È Sala che il 12 dicembre ha parlato di un fascismo dilagante nelle strade di Milano. Sono stati l’Anpi e l’eurodeputato dei cinquestelle Gaetano Pedullà a parlare della partecipazione della Brigata ebraica al 25 aprile come di una “provocazione”. Questa ambiguità rischia di essere la cifra del cosiddetto Campo largo.

Ma se la contestazione non è stata organizzata, che responsabilità ha la sinistra?

Beh, quel giorno ci sono stati i discorsi delle autorità in piazza Duomo: nessuno ha fatto riferimento a quanto accaduto. Nessuno ha preso le distanze. Torno a citare Sala, che quel giorno si è limitato a ripetere: “Eh, io l’avevo detto”. Come se fosse un problema di ordine pubblico, appunto.

Anche sul gemellaggio Milano-Tel Aviv non sono mancati i tentennamenti.

È tutto collegato. E il risultato è che invece di sostenere politicamente una delle città israeliane più lontane politicamente dal governo Netanyahu, la sinistra finisce per fomentare una posizione che a questo punto è legittimamente sospettabile di antisemitismo. La sinistra deve guardare in faccia questa radicalizzazione che sta avvenendo. La folla violenta del 25 aprile fa riferimento a quei partiti, vota quei partiti, si mobilita per quei partiti. La scusa delle “provocazioni” è roba da anni Settanta.

E le posizioni ambigue sono maggioritarie o minoritarie nella sinistra milanese?

Basta guardare a cosa sta succedendo Palazzo Marino sul gemellaggio con Tel Aviv. Chi guida la sinistra non può non avvertire la responsabilità di tutto questo. Ma vorrei dire un’ultima cosa.

Prego.

Il mio non è un j’accuse, ma vuole essere un appello al senso di responsabilità di quanti hanno cariche e ruoli politici e istituzionali: non si può pensare di alzare la tensione per coalizzare il malcontento nella speranza di vincere le prossime elezioni. La situazione sta già sfuggendo di mano e ci perdiamo tutti. Si sta diffondendo infatti una rabbia che, nella società disintermediata e dei social, nessuno può pensare poi di gestire politicamente, magari come negli anni di piombo.

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