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“L’autonomia differenziata è un’occasione storica, soprattutto per la scuola”

 

Intervista a Matteo Forte, consigliere regionale lombardo di Fdi: «L’autonomia favorisce la nascita di modelli di governo differenti. La Lombardia potrebbe reclutare i propri insegnanti e dare finalmente piena attuazione alla Legge Berlinguer sulla parità. Serve però anche il federalismo fiscale»

 

di Leone Grotti, su Tempi.it del 22 giugno 2024

 

«In un momento storico in cui sempre più poteri vengono devoluti verso l’alto a organismi sovranazionali ma spesso privi di legittimazione democratica, l’autonomia differenziata è un toccasana perché fornisce il giusto contrappeso e rende il potere più prossimo e controllabile dal cittadino». Così Matteo Forte, consigliere regionale della Lombardia di Fratelli d’Italia e presidente della II Commissione affari istituzionali, commenta a Tempi l’approvazione alla Camera del ddl che fissa il percorso attraverso cui le regioni che lo desiderano potranno chiedere maggiore autonomia nella gestione di specifiche materie. Come l’istruzione: «La scuola è una delle materie più contestate», spiega Forte, «eppure l’autonomia differenziata potrebbe aiutare le regioni a rendere migliore il sistema scolastico e a sanare alcune disuguaglianze storiche».

Consigliere Forte, l’opposizione è infuriata. Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, l’autonomia spaccherà il paese.
L’autonomia invece è una grande possibilità ed è stata disegnata in modo saggio sul modello dell’intesa Stato-religione. Come nel caso delle confessioni lo strumento negoziale apre lo spazio pubblico a un pluralismo di fedi, così in quello del regionalismo differenziato l’intesa tutela il pluralismo politico, favorendo la nascita di modelli di governo differenti a quello dello Stato centrale quali alternative percorribili. Senza contare che la pluralità stessa delle istituzioni è un limite alla concentrazione di potere.

Così non si divide l’Italia in tanti piccoli staterelli?
No, perché gli obiettivi da raggiungere nelle diverse materie vengono sempre fissati dallo Stato. Ma possono essere raggiunti attraverso strade differenti con decisioni lasciate alla potestà regionale. È curioso che proprio nei giorni in cui la sinistra celebra con i pride l’inclusività di tutte le diversità, si gridi allo scandalo davanti a una legge che dà piena attuazione a quel principio di differenziazione che trova ancoraggio nella nostra Costituzione. E non solo nell’articolo 116 che tratta proprio di autonomia differenziata, ma addirittura nell’articolo 3, spesso sbandierato ma non compreso fino a fondo. Lì, infatti, è sancito che situazioni omogenee devono essere trattate allo stesso modo, mentre quelle difformi in modo differente.

Venendo alla scuola, quali sono gli ambiti che le regioni potrebbero chiedere di gestire autonomamente?
Per quanto riguarda la Lombardia, la regione potrebbe occuparsi dell’abilitazione e del reclutamento degli insegnanti. Il territorio lombardo, infatti, oltre a essere molto popoloso, è anche molto variegato al suo interno: va dalla montagna alla pianura ed ha una densità e distribuzione di popolazione molto diversa al suo interno. Senza contare le esigenze del settore produttivo. Affidare abilitazione e reclutamento alla regione per meglio rispondere alle esigenze del suo territorio sarebbe utilissimo. Ma è solo un esempio.

Cos’altro potrebbe chiedere la Lombardia allo Stato?
Potrebbe assumersi l’onere e l’onore di garantire una vera parità al mondo della scuola. La Legge Berlinguer nel 2000 ha stabilito che tra scuola statale e non può esserci parità giuridica. E quindi lo Stato, a Costituzione vigente, ha assolto al compito di dettare norme generali in materia. Oggi, lo sappiamo, manca però la parità economica e i genitori delle paritarie soffrono un’ingiusta discriminazione.

Che cosa potrebbe fare la regione?
Potrebbe vedersi riconosciuto il ruolo di legiferare in autonomia per superare questa disparità che le stesse norme generali vogliono negare. Del resto, proprio in materia di istruzione una storica sentenza della Corte costituzionale, la 200 del 2009, chiarisce che «la funzione dei principi fondamentali è quella di costituire un punto di riferimento in grado di orientare l’esercizio del potere legislativo regionale» e che quei principi «passano attraverso il termine medio della legislazione delle regioni, adottata nell’ambito di scelte riservate all’autonomia del legislatore regionale». Se la norma del 2000 ha recepito il principio costituzionale della parità giuridica tra scuole statali e quelle nate dalla libera iniziativa dei cittadini e dell’uguale trattamento degli alunni, l’autonomia regionale può rivendicare un intervento per attualizzarlo concretamente. Allo stesso modo potrebbe prendere in carico la legislazione di dettaglio in materia di diritto allo studio per i capaci e i meritevoli. O veder regionalizzato il Fondo di finanziamento ordinario dell’università, come addirittura chiedeva la risoluzione votata dal Consiglio regionale della Lombardia il 7 novembre del 2017.

Il Sud non ci rimetterà?
Oggi il sistema è centralizzato e il Sud ci sta già rimettendo. Faccio un esempio: in Calabria lo Stato spende in media 5.474 euro a studente, in Lombardia 3.814. Eppure in Calabria ci sono molta più dispersione scolastica e neet, giovani che non lavorano né studiano. L’autonomia differenziata, favorendo la realizzazione di modelli diversi, deve aiutare a raddrizzare queste storture: bisogna allo stesso tempo spendere il giusto e ottenere i migliori risultati.

Mancano però ancora i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni: lo Stato deve cioè individuare per ciascuna materia uno standard adeguato di prestazioni e servizi che deve essere garantito su tutto il territorio nazionale e poi garantire che ci siano le risorse necessarie.
Questo è il punto dirimente della riforma. I Lep devono essere stilati prima di arrivare all’attribuzione vera e propria di ulteriori funzioni alle regioni che chiedono maggiore autonomia. Una cosa simile in passato è già accaduta per la sanità con i Lea, i livelli essenziali di assistenza. Tuttavia, oggi c’è un modo di parlare dei Lep in opposizione all’autonomia differenziata, quasi a difesa di prerogative statali. Invece nell’articolo 119 della stessa Costituzione, la definizione dei Lep da parte dello Stato è funzionale al godimento dei diritti sociali e politici di ciascun cittadino, rispetto ai quali tutte le componenti della Repubblica, incluse le regioni, sono responsabili. C’è anche da capire come verrà dato seguito dal governo alla legge delega sulla riforma fiscale, che all’articolo 13 prevede la realizzazione del federalismo fiscale, cioè la capacità delle regioni di autofinanziarsi. Vedremo se verrà aumentata la quota di compartecipazione delle regioni all’Irpef e all’Iva e contestualmente diminuita quella statale oppure no. Ma senza il federalismo fiscale sarà difficile esercitare un’autonomia vera. Questa non può consistere in meri trasferimenti di risorse dal centro alla periferia.

A settembre avremo l’autonomia?
No, con l’approvazione della legge è iniziato un lungo iter che speriamo vada avanti senza intoppi. E che include la questione dirimente del finanziamento. Intanto la Lombardia può cominciare a scrivere la proposta di intesa con lo Stato.

L’autonomia è un’occasione, come dice il governo, o una maledizione, come sostiene l’opposizione?
È un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. Dovranno anche essere brave le regioni interessate a chiedere allo Stato di gestire solo quelle materie per cui si hanno effettivamente le forze. Non si può chiedere di fare tutto in autonomia, perché le macchine regionali non sono in grado di assorbire tutto. Ma se si lavora in modo intelligente, può essere davvero un’occasione storica.

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