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Povertà e conti pubblici: da dove ripartire

La Confcommercio ieri ha lanciato l’allarme: i poveri sono raddoppiati dal 2006. Le persone assolutamente povere sono salite dai 2,3 milioni dell’anno prima della crisi ai 4,2 di oggi. Si pone prepotentemente il tema dello sviluppo e della crescita, in parallelo a quello della tenuta dei conti pubblici per continuare a finanziare il nostro debito. Sono entrambi parimenti prioritari. Ma come “tenerli insieme” se per rilanciare la crescita occorre diminuire le tasse, con il conseguente rischio di vedere diminuire le entrate da parte dell’erario?

Innanzitutto facendo sì che tutti paghino le tasse, e non mi riferisco solo agli evasori. È ormai indispensabile metter mano all’attuale sistema fiscale per il quale 9,7 milioni di contribuenti non pagano l’Irpef per via del reddito troppo basso o perché azzerano l’imposta tramite le detrazioni. Queste ultime vanno complessivamente riviste e semplificate: una volta che si consente al contribuente di dedurre dalla base imponibile il totale delle spese per garantire l’esistenza della propria famiglia (come per esempio l’affitto, le rate del mutuo e le spese per l’educazione dei figli), tutti dovrebbero pagare un’aliquota minima. In secondo luogo occorre scegliere su “chi” alleggerire la pressione fiscale. Bisogna sgravare i produttori, che creano lavoro e ricchezza. Come ha spiegato Luca Ricolfi nel libro “La Repubblica delle tasse”, la pressione fiscale può essere alta o bassa, tuttavia «sono le tasse sui produttori di ricchezza che non possono essere troppo alte, pena la stagnazione» (cfr. p. 11). Infatti i Paesi con un alto tasso di crescita intorno al 4,5% fanno pagare alle imprese un’aliquota media del 27%. Al contrario, quelli con un basso tasso di crescita intorno all’1,5 fanno pagare il 36,4 di media. Per questo nel bilancio dello scorso anno avevo proposto alla Giunta Pisapia di ridurre l’Imu al minimo per quei negozi, uffici o capannoni che avessero assunto almeno un giovane con un contratto di lavoro qualificante, come quello da apprendista.

In secondo luogo va messo il prima possibile un freno alle uscite, colpendo la spesa improduttiva. Purtroppo ad oggi lo Stato centrale, trovandosi in emergenza, ha proceduto nella modalità più semplice: tagli lineari che colpiscono indifferentemente tutte gli enti locali. Tutto ciò con un duplice e scellerato risultato: a) costringere Comuni e Regioni ad aumentare tasse e tariffe per garantire i servizi ai propri cittadini, b) confondere amministrazioni virtuose e sprecone, a danno delle prime. Un esempio? Dal 31 gennaio scorso il mancato accordo fra Governo e Comuni sulla ripartizione dei 2,25 mld di tagli per il 2013 farà scattare il meccanismo automatico. Quest’ultimo premia chi non ha emesso pagamenti nell’ultimo anno di riferimento, quindi anche chi non onora i propri debiti. Ciò significherà che Napoli – che non ha speso nemmeno soldi per riempire di carburante gli autobus e tram della città – subirà il 5,1% di tagli, mentre Milano – che ha una spesa effettiva del 5,3% in meno rispetto al proprio fabbisogno standard – si vedrà ridurre i trasferimenti del 15,2% (Fonte: il Sole 24 Ore dell’11 febbraio).

Di cosa invece non c’è assolutamente bisogno? Della demagogia della sinistra che, in nome di un egualitarismo di “odore” marxista, vorrebbe risolvere il tutto tassando con un patrimoniale i cosiddetti supericchi. I dati diffusi dal Ministero dell’Economia sulle ultime dichiarazioni Irpef parlano chiaro: solo 31.752 contribuenti hanno un reddito oltre i 300mila euro. Pensiamo che lo 0,08% di chi lavora e crea ricchezza possa farsi carico dell’emergenza italiana? La fotografia del nostro Paese che sta emergendo in questi giorni dice esattamente l’opposto: uno Stato onnivoro e che penalizza la ricchezza privata, il risparmio e le proprietà delle famiglie conduce verso il declino.

 

 

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