di Francesco Ognibene, su Avvenire del 18 luglio 2024
Esiste un diritto al suicidio assistito? E c’è il dovere delle Istituzioni sanitarie di erogarlo? E la Regione può legiferare sul fine vita? Sono le domande risuonate ieri nel dibattito nelle commissioni regionali Sanità e Affari istituzionali ed enti locali sul progetto di legge 56 “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito” presentato (come in molte altre Regioni) dal comitato “Liberi subito” promosso dai radicali. Incardinata il 21 febbraio, la proposta (di iniziativa popolare) dovrebbe arrivare in aula entro nove mesi: c’è dunque tempo fino al 21 novembre, ma è chiaro al presidente della Affari istituzionali Matteo Forte che la competenza delle Regioni in materia penale (e la depenalizzazione parziale dell’aiuto al suicidio disposta dalla Corte Costituzionale nel 2019 lo è) non è regionale ma statale, come ha chiarito l’Avvocatura dello Stato nel novembre 2023 su richiesta di Veneto e Friuli Venezia Giulia, prime Regioni a discutere (e bocciare) la proposta. Non solo: «Il primo punto da superare è se esista un diritto all’assistenza al suicidio assistito» si è chiesto Forte, che però conosce la risposta: «la stessa Corte non afferma questo diritto, ma si limita a riscrivere una parte del Codice penale». Marco Cappato, audito dalle Commissioni, avverte che «se non venisse approvata la nostra proposta le ASL comunque devono rispondere». Ma in assenza di una legge specifica (e con altre due inapplicate, su cure palliative e consenso informato) l’esito appare inevitabile.