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Un tesoro di quasi 2 miliardi da valorizzare

Il 2 dicembre scorso l’aula consiliare ha votato a maggioranza l’Ordine del giorno al Bilancio firmato e presentato dal sottoscritto insieme al consigliere radicale Marco Cappato.

Con esso il Consiglio chiede a Sindaco e Giunta di «effettuare un lavoro di ricognizione dell’intero patrimonio comunale e, al contempo, dei servizi erogati dal Comune, identificando in modo chiaro quali siano le attività considerate dal Comune come “servizio pubblico comunale” e quale sia il costo ad oggi sostenuto per fornirle», oltre a «considerare vantaggi e svantaggi – sia sul piano economico che sociale e lavorativo e di “bene comune” per i cittadini milanesi- di ogni ipotesi di privatizzazione – totale o parziale – di ciascuna delle partecipazioni comunali».

In sostanza, si chiede ufficialmente di fare una ricognizione circa il valore delle quote possedute dall’amministrazione per quanto riguarda le aziende partecipate dal Comune, impostando anche una strategia complessiva in merito che fino ad ora è mancata. Del resto si parla di circa 1 miliardo e 600 milioni di euro che, se opportunamente valorizzato, potrebbe garantire una diminuzione della pressione fiscale sui cittadini, piuttosto che aiutare a ripensare la governance di certi servizi fondamentali, aprendo così spazi di gestione al mercato e privilegiando l’uso delle risorse pubbliche per sostenere la domanda dei cittadini utenti.

La ragione del mio impegno su questo fronte è presto detto. Come scrisse don Luigi Sturzo a pochi mesi dal suo ritorno in patria dall’esilio, il 3 novembre del 1946, su L’Italia: «Applicare sistemi fiscali ingiusti o vessatori è immoralità; dare impieghi di stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; aumentare i posti di impiego senza necessità è immoralità; abusare della propria influenza o del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, dirigente sindacale, nella amministrazione della giustizia civile o penale, nell’esame dei concorsi pubblici, nelle assegnazioni di appalti o alterarne le decisioni, è immoralità». Che la politica torni a fare la politica, gli amministratori ad indirizzare e controllare e il mercato a fare il mercato credo sia un contributo importante per andare nella direzione indicata nel ’46 dal padre dei Popolari italiani.

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